Fondazione Zoé
Quel medico che ha dovuto affrontare una grave malattia passando, suo malgrado, dall’altra parte, può avere qualcosa in più o di diverso da dire sulla comunicazione della salute e in particolare su quella che riguarda il rapporto Medico-Paziente (M/P), da sempre in crisi nonostante gli innegabili progressi della Tecnologia e della Scienza?

Credo
di si, non fosse altro perché cambia, da quel momento, il suo punto di vista che diventa quello del malato.
Di conseguenza il giudizio che si potrà  dare di un medesimo fatto potrà variare in funzione del lato dal quale lo si guarda. “Il Continente è isolato” dicono gli Inglesi quando sulla Manica grava una fitta nebbia, a dimostrazione di quanto il punto di vista possa cambiare la valutazione delle cose.

Si dice spesso che un bravo medico debba essere dotato di empatia, di quella capacità di ricostruire nell’immaginazione l’esperienza dell’altro, del malato, entrando in risonanza con le sue emozioni. Ebbene queste capacità, il medico che si ammala, purché sia dotato di un minimo di sensibilità, la acquisisce rapidamente e profondamente nello scorrere della malattia, e forse lo aiuta a diventare un medico migliore.

E’ facile infatti condividere le emozioni di un malato quando si prova sulla propria pelle cosa vuol dire: andare dal medico, affrontare cioè quella ” transizione di Regno” che si verifica quando ci presentiamo agli occhi di chi fino a qualche istante prima era un collega ma che improvvisamente diventa colui al quale affidiamo la nostra vita. La situazione è cambiata perché siamo stati costretti ad andare da lui e quindi in una situazione subalterna e passiva. Nel momento in cui il curante, con tatto e buona volontà, ci interroga o ci visita per definire una diagnosi e prospettare una terapia, ci ha trasformato, più o meno inconsciamente, da soggetto in oggetto. Il rapporto nasce asimmetrico, di una asimmetria difficilmente aggirabile.

Inoltre quando una persona, affetta da una grave malattia come un cancro, una malattia degenerativa del sistema cardio-vascolare o del sistema nervoso o osseo o metabolico, racconta i sintomi al medico, questi ne prenderà nota con attenzione e pazienza; ma riuscirà ad ascoltare anche i sintomi che quel malato non dice? Non solo l’ansia terribile per una malattia sconosciuta che può pregiudicare la qualità della propria esistenza o addirittura mettere in discussione la propria sopravvivenza a breve termine ma anche lo spaesamento che deriva dal fatto di dover abbandonare la propria casa con l’incognita di una degenza prolungata, il disagio di dover essere di peso alla famiglia  e infine l’incubo di perdere il lavoro nella consapevolezza che gli altri conteranno sempre meno su chi è diventato, senza colpa, inaffidabile. “Ogni malattia presenta sintomi visibili e invisibili e nel saper curare anche questi ultimi consiste la vera arte dell’essere medico”. Lo stato di sottomissione nel quale si trova il malato nei confronti del medico e l’incapacità di avere con lui un rapporto approfondito che, attraverso il dialogo, porti alla luce tutti gli aspetti del problema, sono forse già sufficienti a comprendere le difficoltà che questo incontro nasconde.

C’è un terzo elemento da considerare: ci ricordiamo tutti il vecchio detto popolare che dice: quando c’è la salute c’è tutto” dove la mancanza di malattia è considerata motivo di soddisfazione anche in assenza di ricchezza e denaro e si è grati alla Provvidenza per quanto autentico dono del Cielo. Oggi per i più fortunati, per le persone di successo in particolare, non è più così. La salute è diventata un diritto, come il diritto alla casa, al lavoro, all’istruzione, precondizione necessaria per avere affermazione e soddisfazione nella vita. Quando questo stato viene a mancare siamo soliti pretendere dal medico che abbiamo scelto, che grazie ad una cattiva informazione e a presunti strabilianti progressi tecnico- scientifici, è ritenuto in grado di risolvere qualsiasi problema, un ripristino immediato della condizione precedente rifiutando rimedi che non siano definitivi: e se una volta si trovava conforto nella salvezza dell’Anima oggi, con la caduta dell’orizzonte Trascendente dell’Aldilà, affidiamo il nostro corpo, che abbiamo curato con attenzione quasi maniacale, nella mani del medico per chiedergli non tanto e solo la guarigione ma addirittura l’Eternità cosa per la quale costui non è ancora attrezzato.

La frustrazione del medico nasce dalla presenza di un paziente più complesso, con maggiori attese, maggiori pretese e, inevitabilmente, maggiori delusioni. Per far fronte a questa situazione a volte non basta un talento naturale e l’esperienza maturata ma è necessario un insegnamento ripetuto e continuativo sulle tecniche di comunicazione purtroppo ancora inadeguato o addirittura assente sia nei Corsi di Laurea che in quelli Post-Laurea.
 

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