Fondazione Zoé

Curare lo spirito è importante tanto quanto curare il fisico. Tuttavia, medici e pazienti danno spesso un significato diverso al termine spiritualità.

È quanto emerge da una meta-analisi pubblicata dal Journal of Palliative Medicine, in cui ricercatori delle università di Hong Kong e di Cardiff hanno affrontato la problematica dell’assistenza spirituale ai malati terminali. Ne è risultata una discrepanza tra quanto viene offerto dal personale sanitario e quanto invece il malato si aspetta di ricevere. Tale divario può essere colmato svincolando il concetto di spiritualità da quello di religione e associandolo a quello di relazione interpersonale.

Il problema, secondo gli autori dello studio, è che spesso chi si occupa del malato non sa definire cosa si intenda per cura della spiritualità. Dalla ricerca, che ha coinvolto soprattutto malati di cancro di etnia caucasica e tradizione ebraico-cristiana, ma anche atei, taoisti e buddisti, è emerso che una percentuale variabile tra il 51 e il 77 per cento dei malati associa al concetto di spiritualità un significato puramente religioso. Tuttavia, quando si parla di cure spirituali, il paziente ricerca piuttosto una relazione interpersonale con chi gli presta le cure fisiche, relazione che permetta di stabilire un rapporto di fiducia.

Spesso fattori personali e culturali (divergenze sociali, religiose o culturali), la mancanza di tempo e di una preparazione professionale adeguata possono impedire l’instaurarsi di questa relazione tra il curante e l’assistito. “Correggendo questi fattori possiamo contribuire enormemente al miglioramento della cura del malato terminale”, spiegano gli autori dello studio. “Un  simile rapporto spirito-a-spirito può essere creato attraverso il modo in cui vengono offerte le cure fisiche concentrandosi sulla presenza, sull’ascolto, creando aperture e impegnandosi nella condivisione reciproca”.

 

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