Fondazione Zoé

Sembra che gli italiani siano affetti dalla sindrome dell’asino di Buridano, almeno quando pensano alla salute.

Dai nostri dati di ricerca emerge infatti con evidenza che gli intervistati vogliono due cose da chi si occupa della loro salute: la scientificità e tecnologia che emerge da una continua ricerca e sperimentazione da un lato, e l’umanità, la relazione personale, il trattamento individualizzato dall’altro.
Beh, direte voi, cosa c’è di strano? L’unione delle due cose non dovrebbe essere proprio il cuore della medicina moderna !? Io sono pienamente d’accordo con voi, ma sembra che per la “gente” non sia così facile ricomporre questi due aspetti.
La ricerca scientifica e tecnologica infatti è ancora vissuta come “disumanizzante”, capace di rendere i pazienti poco più che cavie. E l’umanesimo relazionale sembra percepito nascere da valori e sentimenti contrari alla freddezza scientifica. Si rischia così una ambivalenza di aspettative verso le istituzioni che si occupano della salute (gli ospedali, per es,. ma anche i singoli “professionisti”). Fino a contrapporre per es. pubblico e privato, laddove il privato garantirebbe maggiore umanità e attenzione individualizzata (pagando, si intende) mentre il pubblico avrebbe maggiori macchinari e competenze tecniche, a scapito di qualche disattenzione alle persone..
Si capisce quindi come nel profilo di professionisti e istituzioni dedite alla cura questi due volti riemergano continuamente, alla ricerca di possibili sintesi: per es. le camere private entro ospedali pubblici, oppure il grande luminare che però “è anche così gentile”.
E si capisce che la ricerca di informazioni e il passaparola in questo settore contengano sempre il doppio riferimento.
Secondo voi nei paesi a cultura anglosassone accade la stessa cosa?

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