Fondazione Zoé

La complessità della comunicazione in una corsia ospedaliera multietnica


prof.ssa Maria Giovanna Ruberto

La nostra società sta cambiando rapidamente nella sua composizione. I flussi migratori da un lato e la globalizzazione culturale dall’altro hanno contribuito a generare una situazione in cui stanno rapidamente scemando i classici confini geografici e sociali che siamo abituati a conoscere.
In un contesto professionale come quello sanitario, dove l’interazione fra utente e professionista è forse la più intima che si viene a creare e – anzi – è essa stessa parte irrinunciabile e fondamentale del processo terapeutico, si rende necessaria una riflessione sia profonda e imparziale su quali siano, nella pratica, le difficoltà che i cambiamenti sociali proiettano sul rapporto operatore-paziente.

La comunicazione con la persona culturalmente diversa da noi è complessa e governata da processi che ricomprendono una vasta gamma di ambiti comunicativi assai differenti tra di loro. In prima battuta ci sono dei bisogni, codificati in modo diverso a seconda della cultura. Una volta espresso, questo bisogno deve essere recepito, rielaborato dal ricevente e, solo in ultima istanza, soddisfatto. Quali sono, in linea di principio generale, le aree di maggiore criticità in una corsia ospedaliera multietnica? Innanzitutto, il bisogno di sicurezza tipico del soggetto che vive al di fuori del proprio contesto socio-culturale. In questo bisogno è ricompresa l’implicita necessità di esprimere sé stesso, il proprio credo religioso in assoluta e serena libertà, senza vivere la decontestualizzazione culturale come un limite o un ostacolo. Solo a quel punto, in ultima analisi, ci si potrà concentrare sul percorso di cura, che rappresenta il punto di arrivo e non il presupposto di un approccio al paziente totalmente diverso da quello tradizionale.
Nel dettaglio, si possono isolare quattro direttrici fondamentali in cui si può suddividere la complessità del paziente esterno al contesto socio-culturale dell’operatore: il bisogno di sicurezza e comunicazione, la necessità di esprimere la propria religione, il bisogno di igiene personale e il bisogno di alimentazione.
Affrontiamo il primo:  

Bisogno di sicurezza e di comunicazione – L’utente straniero ha difficoltà nel comunicare il proprio bisogno, la propria esperienza, il proprio vissuto in una lingua che gli è in gran parte sconosciuta, specie in quelle sfumatura che spesso risultano fondamentali per dare la giusta coloritura al dialogo medico/operatore-paziente. La difficoltà è anzi duplice: in prima battuta circoscritta al significante linguistico, in seconda battuta riguardante il significato, cioè il contenuto emotivo e il valore che il singolo assegna all’esperienza della malattia.
Significativo in questo senso è il lavoro di Arthur Kleinman, che scompone il concetto di malattia in due sfumature assai differenti: una “illness” rappresentata dalla malattia per come è vissuta dal paziente, e una “disease” intesa come realtà oggettivamente circoscrivibile.
Quando l’operatore sanitario e il paziente provengono dal medesimo background culturale, avranno una percezione della “illness” analogo e questo renderà più facile l’instaurarsi di un rapporto dialogico propositivo. Diversamente, un retroterra culturale differente eleverà pericolosamente il rischio di un reciproco fraintendimento del valore soggettivo dato alla malattia, per cui ci troveremo di fronte alla possibilità di un paziente che carica la propria sofferenza di un determinato significato emotivo che l’operatore sanitario non potrà comprendere fino in fondo. Quali le conseguenze possibili di una simile situazione? Riduzione della compliance da parte del paziente, che metterà sé stesso nella posizione di non poter fruire compiutamente dell’assistenza sanitaria disponibile.

Molto spesso gli operatori si trincerano dietro a presunte o reali differenze culturali vivendole come vere e proprie barriere insormontabili nel processo comunicativo. In realtà, l’utilizzo di un linguaggio piano e semplice, l’appoggio alla comunicazione non verbale, l’aiuto che possono fornire le persone appartenenti al contesto del soggetto sono strumenti sufficienti a superare il divario culturale e comunicativo esistente fra operatore ed assistito. Ove questo non si verifichi, si rende però necessario l’intervento di un mediatore culturale, che sappia mettere la sua competenza in atto su tre livelli: pratico-orientativo, per fornire spiegazioni sui percorsi da seguire, linguistico-comunicativo, guidando le parti alla reciproca comprensione, psico-sociale per richiamare il concetto di identità culturale relativo all’esperienza della migrazione.

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