Fondazione Zoé
…ma se ciascuno di noi fosse chiamato a ricordare un titolo esemplare della sua ricca e nutrita filmografia, la grande maggioranza citerebbe, molto probabilmente, “I sette samurai”, di certo il film di maggiore diffusione, in Occidente, del grande regista giapponese. Senza togliere nulla a questo capolavoro, esistono però altre prove artistiche di inarrivabile lirismo in cui Kurosawa mette a nudo l’uomo, le sue paure e la sua dimensione più fragile, senza i clamori e le tinte spettacolari delle epiche scene di battaglia del Giappone feudale, proprie dei suoi lavori più conosciuti. Uno di questi esempi, forse il migliore in assoluto, è rappresentato dal film “Ikiru”, girato nel 1952 e pubblicato in Italia con il titolo: “Vivere”.

Fortemente affine ai canoni estetici del cinema neorealista italiano (proprio nel 1952 Vittorio De Sica girava uno dei suoi capolavori, “Umberto D.”, che mostra nella trama e negli spunti di riflessione grandi affinità con “Vivere” di Kurosawa), il film si apre con una spietata e lucida istantanea sulla vita di Watanabe, un vecchio funzionario comunale che passa le proprie giornate a “lasciar passare il tempo”, come ci spiega la voce fuori campo. Svogliato e privo di ogni slancio vitale, siede con altri impiegati al tavolo dell’ufficio reclami di una municipalità cittadina, dove esamina sterminate pile di documenti, smistandoli verso gli uffici di competenza. Nulla sembra poter infrangere questa abulica quotidianità, fino a quando il protagonista scopre di essere gravemente malato e di avere a disposizione solo pochi mesi di vita. Più che di una scoperta, si tratta di una intuizione, poiché i medici, secondo un atteggiamento paternalistico ancora ben radicato nel secondo dopoguerra, negano l’esistenza del tumore allo stomaco che porterà Watanabe alla morte, dicendo che i suoi disturbi derivano solo da “una banale ulcera…nemmeno troppo grave”. Profondamente scosso dalla verità di cui è segretamente consapevole, l’uomo reagisce in prima battuta con profondo smarrimento e paura, conscio di aver sprecato, fino a quel momento, la propria vita. Intraprende così un doloroso percorso di ricerca interiore, reso ancor più complesso dall’incomprensione dimostrata nei suoi confronti non solo da parte dei colleghi ma anche – e soprattutto – da parte della sua famiglia, Watanabe arriverà a trovare un senso alla propria esistenza proprio quando tutto sembra inutile e perduto, attraverso la simbolica battaglia, combattuta contro gli ingranaggi di un farraginoso sistema burocratico, finalizzata a realizzare un giardino pubblico per i bambini di un quartiere degradato della periferia. Sarà proprio in quel giardino, di notte, dondolando sull’altalena durante una nevicata, che l’uomo si spegnerà, sereno e rinfrancato per aver compiuto la sua missione e aver dato, così, un senso alla propria vita.

Una scena da “Ikiru” di Akira Kurosawa

Gli spunti offerti da questa pellicola sono molteplici. “Ikiru” non è solo una riflessione sull’angoscia esistenziale dell’uomo moderno, stritolato fra gli ingranaggi di un gigantesco meccanismo sociale che riduce la sua vita ad una serie di meri e ripetitivi rituali afinalistici (emblematica l’immagine di Watanabe che timbra i documenti senza quasi guardarli, con un gesto quasi automatico); il film nega il concetto di malattia come colpa e motivo di emarginazione (interpretazione ben radicata, talvolta anche nella nostra modernità), elevandola ad un ruolo che è quasi epifanico rispetto al senso stesso dell’esistenza, la quale trova proprio nell’improvvisa infermità il momento rivelatore che le fornisce quello slancio necessario a risollevarsi e compiersi, prima che sia davvero troppo tardi.
Solo dopo la sua morte i colleghi ed il figlio si renderanno conto del valore della scoperta fatta da Watanabe, ma nonostante il proposito di seguire il suo esempio per riscattare anche le loro esistenze, scialbe e prive di significato, il giorno dopo il funerale tutto tornerà come prima. Sul silenzio imbarazzante dell’ultima scena, sembra aleggiare un sinistro interrogativo: quale malattia è più grave, il tumore di Watanabe o la quotidiana indifferenza di chi è sopravvissuto dopo di lui? Il compito di rispondere spetta solo allo spettatore.

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