Fondazione Zoé

Piccoli pensieri sulla felicità – la terza e ultima parte…



prof. Carmelo Vigna

Niente di finito può appagare l’umano desiderio, perché l’umano desiderio è infinito. Una persona però è, in certo modo, qualcosa di infinito; è almeno desiderio d’infinito, cioè infinito desiderio. Perciò può infinitamente amare ed infinitamente essere amata. La felicità abita già in questa possibilità perseguita testardamente. E’ impossibile, infatti, che nessuno venga incontro a questo desiderio testardo. E’ impossibile già nella storia degli uomini. Noi spesso siamo infelici, perché rifiutiamo la nostra opportunità d’essere amati. E la nostra opportunità d’essere amati sta nella capacità d’amare.

Non è possibile felicità alcuna, se non si è disponibili ad essere fatti felici. Del resto, la parola latina “felicitas” viene da una radice (“dhe”, che diventa “fe”, ma anche “be”, come in “beatitudine”) che significa “allattare” (“fere”, in latino), e che è presente nella parola “fecondità”, e anche in “figlio”. Il linguaggio, memore di un passato ancestrale, allude, insomma, ad un rapporto di dipendenza, come è quello tra madre e bambino, in cui una nutre e uno è nutrito. Questo rapporto pare più originario del rapporto di semplice reciprocità, cioè del rapporto di coppia come rapporto di parità. Anzi, il rapporto di reciprocità sembra potersi agevolmente ricondurre ad un rapporto di reciproca dipendenza. In effetti, quando ci amiamo, simbolicamente ci nutriamo a vicenda.

Non è possibile felicità alcuna se non si è inclini a rendere felici, cioè a nutrire gli altri, dopo essere stati dagli altri nutriti. Tenere per sé la felicità ricevuta significa tradire l’economia del dono, su cui la felicità si fonda; significa mettere le mani su ciò che non ci appartiene. Ma la preda gelosamente custodita non sazia se non per breve tempo, mentre accresce in modo sfrenato il desiderio. Lo rende incolmabile.

L’infelicità è l’incapacità di rapportarsi ad altri o perché non si sa ricevere o perché non si sa dare. Chi non sa ricevere rifiuta di confessare il proprio bisogno, e così impedisce ch’esso sia in qualche modo appagato; chi non sa dare rifiuta di trattare il dono come tale e ne fa esca per estendere la propria pretesa al dominio, e così spreca l’occasione per imbattersi nella soggettività altra come soggettività riconoscente.

La felicità del nostro rapporto al mondo e del nostro rapporto agli altri ha bisogno d’essere protetta, perché molto vulnerabile. Protetta, anzitutto, da chi è disponibile in fedeltà ad accoglierci sempre, nonostante le nostre debolezze (i genitori, il partner, gli amici, ogni persona capace di accogliere un altro); protetta però, in ultima istanza, da un rapporto assoluto, da una alleanza senza ombra di infedeltà. Ma se v’è una tale alleanza in ascolto del nostro desiderio, solo una invocazione può trovarla.

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