Fondazione Zoé
Il Tempo Etico

Ma allora, qualcuno potrebbe dire, tutte le complicate questioni filosofiche e legali sollevate soprattutto dai bioeticisti, che hanno messo l’un contro l’altro medico e paziente, dipendono banalmente da un problema di quanto tempo viene destinato alla comunicazione? Si son fatte solo delle gran chiacchiere chiamando in causa i valori etici difesi dalla grandi tradizioni religiose e culturali, che hanno ispirato la nascita dei sistemi morali in cui viviamo. Si è arrivati fare del “rispetto per l’autonomia del paziente” e del “consenso informato” dei mantra da recitare in pubblico e da reiterare nei codici deontologici. Sono state prodotte tonnellate di scritti sui diritti del paziente, sanciti a monte della sua condizione di salute, cioè come diritti umani inalienabili di un cittadino, e che non devono essere messi tra parentesi quando egli deve fare i conto con un malattia. E alla fine tutto si ridurrebbe a dedicare almeno più di 15 minuti al paziente, o a trattenersi dall’interromperlo per almeno 60 secondi, quando inizia il colloquio?

In realtà, solo chi pensa che l’etica o un diritto siano qualcosa di esterno alle nostre azioni concrete, e a cui ricorriamo eventualmente per farci guidare, può cadere nel fraintendimento che il tempo sia una variabile che non abbia qualcosa a che fare con la moralità. Il tempo ha un “significato etico”, come hanno dimostrato qualche anno fa Clarence H. Braddock III e Lois Snyder (vedi The Doctor Will See You Shortly. The Ethical Significance of Time for the Patient-Physician Relationship, Journal of General Internal Medicine 2005; 20: 1057-1062).
Essi dimostrano che la qualità del tempo, cioè il “tempo adeguato” allo svolgimento in modo professionalmente valido di una qualunque prestazione clinica ha un significato etico poiché si tratta di una “precondizione per la comunicazione, necessaria per realizzare un forte rapporto tra medico e paziente”. Ovviamente, l’adeguatezza del tempo è una dimensione soggettiva, e quindi la quantità di tempo in quanto tale sembrerebbe rimanere qualcosa che è privo di valenza etica. Ma il fatto che il tempo dedicato alla comunicazione possa essere percepito come “adeguato” dipende anche dalla durata quantitativa dell’interazione, e dalla previsione (oggettiva) di quanto tempo si ha a disposizione per l’interazione. Peraltro, oggi si può tranquillamente dire che quando si parla di “dimensioni soggettive” di un giudizio si intende una risposta guidata da istanze emotive, ovvero da compromessi tra aspettative guidate da intuizioni morali profonde e aspettative apprese attraverso l’esperienza, e quindi ragionate. Secondo il contento, il livello di istruzione e le caratteristiche psicologiche delle persone l’esperienza soggettiva dell’adeguatezza del tempo può essere quindi molto variabile.

La connessione tra il “tempo adeguato” e i principi etici che viene chiamata in causa nella relazione medico paziente, passa dunque attraverso il fatto che un “tempo adeguato” struttura una più solida relazione tra medico e paziente, consentendo la maturazione di sentimenti di empatia e disponibilità verso le preoccupazione e per una negoziazione delle decisioni. Ora, quando la relazione terapeutica è forte, l’autonomia del paziente, cioè il suo coinvolgimento nel processo decisionale e la sua fiducia verso il medico, risultano migliorate. Sul piano della beneficità, un’altra dimensione etica del rapporto clinico, la quantità e qualità del tempo si è già visto che hanno un impatto positivo sui risultati clinici e la soddisfazione del paziente. Infine, un “tempo adeguato” migliora anche l’eticità delle scelte da parte del modico circa come distribuire il proprio tempo, ovvero il rispetto di un principio di giustizia che implica l’adozione di criteri di equità nella costruzione della propria agenda di impegni professionali.

Chiedersi se c’è un “tempo adeguato” per svolgere la propria pratica clinica in modo da soddisfare le obbligazioni etiche nei confronti del paziente e della società, significa riflettere su valori morali e percezioni. Le dinamiche storiche e sociali stanno trasmettendo ai pazienti e ai medici la percezione che il tempo non sia “adeguato”. Sarebbe utile, anche per dare maggior concretezza alla riflessione etica sulla pratica medica, soffermarsi a esaminare meglio in che modo la variabile “tempo” entra in gioco nel modulare la qualità della relazione medico-paziente, per tentare di costruire delle risposte eticamente giustificabili alla percezione di inadeguatezza del tempo e della sua gestione nei contesti della pratica clinica.

* Professore ordinario di storia delle medicina e bioetica alla Sapienza Università di Roma. Ha studiato diversi aspetti della storia e della filosofia delle scienze biomediche del Novecento. In particolare, la storia delle immunoscienze e delle neuroscienze, la storia della malaria e della malariologia in Italia, l’evoluzione dei modelli eziologici delle malattie, gli sviluppi della pedagogia medica nel Novecento e gli sviluppi delle istanze etiche e delle controversie etico-politiche in relazione agli avanzamenti conoscitivi e applicativi più recenti della medicina e della ricerca biomedica. È condirettore della rivista darwin ed editorialista del supplemento culturale de Il Sole 24 Ore. Tra i libri più recenti che ha pubblicato: Perché gli scienziati non sono pericolosi (Longanesi, 2009);  La razionalità negata. Psichiatria e antipsichiatria in Italia (con Giovanni Jervis, Bollati Boringhieri, 2008); EBM. Medicina basata sull’evoluzione (Laterza, 2007); Biblioetica (con Pino Donghi e Armando Massarenti, Einaudi, 2006), Storia delle idee di salute e malattia (Carocci, 2004), Le grammatiche del vivente. Storia della biologia e della medicina molecolare (Laterza, 1999).

 

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