Fondazione Zoé
La frase citata nel titolo chiude un recente film francese, “La volpe e la bambina” (2007), permeato da un lirismo davvero sublime, a firma del regista transalpino Luc Jacquet. È la storia di una bimba che vive con i propri genitori ai margini di una grande foresta delle Alpi. Un giorno, tornando da scuola, fa l’incontro che cambierà il segno della sua vita per tutto l’anno successivo: una giovane volpe, intenta a dare la caccia ad un piccolo roditore, le passa davanti e la folgora con la sua bellezza e la sua grazia. Da quel giorno, per tutto l’inverno, la bambina sogna di rivederla e finalmente, al sopraggiungere della primavera, la difficile ricerca viene premiata. Inizia così un lungo periodo fatto di appostamenti e di pazienza, in cui la bambina cerca di diventare amica dell’animale, dapprima offrendole del cibo e poi la sua compagnia, salvandola addirittura dall’attacco di un branco di lupi che volevano ucciderla. L’obiettivo dichiarato della bambina è molto semplice: “Cara Volpe, voglio addomesticarti. Anzi, ho pensato ad un nome per te: ti chiamerai Titù”. Passano i giorni e l’estate magica sta per finire.
Titù è ormai la compagna fissa della bambina, che all’arrivo dei primi freddi autunnali pensa di poter finalmente portare a casa l’animale, ritenendo compiuto con successo il rito dell’educazione di Titù, pronta per essere un ubbidiente animale domestico. Una volta introdotta in casa, però, la volpe si sente soffocare e come impazzita si lancia da un lato all’altro della stanza, sbattendo contro i muri fino ad infrangere il vetro di una finestra. Precipitata nel cortile, si ferisce in modo quasi mortale. La bambina, disperata, riporta l’animale agonizzante nel bosco, davanti alla tana che per mesi aveva sorvegliato, e quando – pochi giorni più tardi – rivede la volpe ormai fuori pericolo, capisce che non ha alcun diritto di intromettersi nell’esistenza di un animale libero per vocazione e per istinto. Capisce di doversi accontentare di ciò che ha vissuto e dei ricordi indelebili lasciati da quell’inusuale amicizia. Molti anni più tardi, raccontando la storia di Titù al proprio figlio, la bambina diventata ormai adulta, si chiede: “Chissà se anche Titù mi voleva bene come io ne volevo a lei…Ma una volpe sa che cosa vuol dire voler bene?”.

 


La toccante storia immortalata su pellicola dal regista Luc Jacquet stimola una riflessione che accende spesso posizioni contrapposte e ferocemente in conflitto fra loro. 
La bioetica, infatti, si è spesso occupata del sottile e indefinito rapporto esistente fra uomo e animale, interrogandosi sulla liceità dell’utilizzo di creature animali per fini di sperimentazione scientifica. Il bioeticista australiano Peter Singer, vero pioniere del movimento per la difesa dei diritti degli animali, pubblicò nel 1975 un saggio divenuto ormai un vero e proprio testo chiave per l’analisi del problema, intitolato: “Liberazione animale”. Dopo aver descritto, con toni anche cruenti e brutali, il triste destino degli animali da laboratorio, egli sottopone all’attenzione dei lettori il cosiddetto principio della “pari considerazione degli interessi”, secondo cui un’azione, per essere valutata nella sua dimensione morale, deve tenere conto degli interessi in gioco di tutte le creature viventi coinvolte, senza porre l’essere umano su un piano diverso e superiore rispetto a qualsiasi altro essere. Egli dice infatti: “Se un essere soffre, non ci può essere una giustificazione morale per rifiutare di prendere in considerazione questa sofferenza. Non importa quale sia la natura di questo essere, il principio d’uguaglianza richiede che la sua sofferenza sia valutata alla pari di sofferenze simili – nella misura in cui è possibile fare queste comparazioni – di qualsiasi altro essere”. 
Secondo Singer gli esseri umani non sono assolutamente portatori di alcun valore che li rende superiori agli animali. Egli cita in proposito l’esempio dei neonati, del tutto privi di razionalità attuale, o ancora gli anziani che hanno perso la loro lucidità mentale e i malati di demenza o psicosi, che hanno definitivamente perso le proprie capacità intellettive. Essi – definiti da Singer “casi umani marginali” – non sono molto diversi da qualsiasi animale eppure godono di una considerazione privilegiata per il solo fatto di appartenere alla specie umana e questo – secondo il bioeticista australiano – è inaccettabile. 
Uomini e animali condividono invece la capacità di provare dolore e questo deve suggerire che le nostre azioni non si debbano valutare solo nell’ottica del male causato ad altri esseri umani, bensì del male causato a qualsiasi altro essere vivente. Sulla base di tali presupposti, diviene dunque illecito utilizzare gli animali come cavie da laboratorio e ciò dovrebbe farci inorridire, proprio come l’idea di usare per tali scopi degli esseri umani. 
I detrattori della teoria di Singer (specie gli appartenenti ad una posizione filosofica di tipo neokantiano), sostengono che gli animali, in quanto esseri non-morali, non possono divenire oggetto di riflessione per gli esseri morali come sono gli uomini. Al massimo si potrà parlare di atteggiamento “compassionevole” dell’uomo nei confronti dell’animale, per giustificare la scelta di non utilizzarlo per scopi di sperimentazione scientifica, ma non si potrà mai in nessun caso far ricadere tale decisione nel campo degli obblighi di natura etica, poiché sarebbe assurdo. 
 
 
 
Passando poi dalla filosofia alla biologia, molti scienziati rigettano le tesi di Singer e degli altri bioeticisti che sostengono l’immoralità della sperimentazione animale (come ad esempio Tom Regan e Gary Arancione), poiché essi non tengono conto del valore neuropsichico che assume il dolore per l’essere umano, rispetto alla risposta animale che resta confinata nella dimensione della mera diade azione-reazione. In altre parole, l’esperienza del dolore genera nell’uomo un sentimento di angoscia, di frustrazione della propria progettualità presente e futura, una risposta psichica che si affianca a quella meramente somatica e che comprende concetti come l’idea di morte e di riduzione della propria qualità di vita. Nell’animale, invece, il dolore genera solo una reazione di evitamento, una fuga finalizzata ad eliminare lo stimolo doloroso, senza alcuna profondità d’analisi, propria degli esseri superiori come sono gli esseri umani. 
Inutile dire che il movimento per i diritti degli animali oppone ulteriori controdeduzioni alle tesi appena descritte. Si afferma, innanzitutto, che non esiste alcuna certezza circa l’assenza di una “psiche animale”, sicuramente diversa dalla nostra ma non per questo portatrice di minor dignità. In secondo luogo, l’idea di “essere superiore che utilizza per i propri scopi un essere inferiore” ha poco di diverso rispetto ad un darwinismo spietato per certi versi assimilabile alle discriminazioni razziali o alle persecuzioni. Se, dunque, è lecito usare un essere ritenuto inferiore come cavia da laboratorio, non si vede per quale motivo l’uomo inorridisca di fronte a orrori come i campi di sterminio nazisti, dove i malati psichici e portatori di tare genetiche venivano utilizzati esattamente alla stessa stregua di animali da laboratorio. Questo paragone – più volte citato dallo stesso Singer – ha comprensibilmente generato sdegno e polemica, nonché un’ondata di critiche spietate in chi vede azzardato e irriverente sovrapporre una tragedia storica come l’olocausto all’eccidio silenzioso di milioni di animali che vengono spesso allevati solo ed esclusivamente con l’idea di condannarli a vivere e morire in una gabbia di laboratorio.

Al termine di questa breve riflessione, resta la certezza di non poter conciliare due posizioni così opposte come quelle di animalisti e spedisti. Forse sarebbe possibile farlo, se riuscissimo a trovare una risposta alla domanda della bambina del film di Jacquet: chissà se le volpi sanno che cosa vuol dire voler bene. 

Archivi

Checking...

Ouch! There was a server error.
Retry »

Sending message...

Iscriviti alla Newsletter

Ho letto ed accetto i termini della Privacy policy

Per offrirti una migliore esperienza di navigazione, per consentirti di interagire con i social network, per avere statistiche sull’uso dei nostri servizi da parte dell’utenza e per personalizzare i contenuti pubblicitari che ti inviamo, questo sito utilizza cookie anche di terze parti. Chiudendo questo banner o proseguendo nella navigazione cliccando al di fuori di esso acconsenti all'uso dei cookie. Per saperne di più e per modificare le tue preferenze sui cookie consulta la nostra Cookie Policy

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi