Fondazione Zoé

Amianto killer: vi racconto la mia occasione perduta per evitarlo almeno in parte.

Ho letto sui giornali, con un certo disagio, la sentenza che ha condannato, finalmente, i proprietari di una fabbrica dove si lavorava l’amianto e dove, negli anni, sono morti molti operai.
Il disagio deriva da una serie diversa di fattori: il primo è che, nonostante dal 1964 sia comparsa la prima pubblicazione scientifica che riportava 6 casi di mesotelioma (tumore maligno della pleura) in minatori che avevano lavorato in Sud Africa in miniere dove si estraeva l’amianto, ci sono voluti ben 28 anni perché in Italia questo minerale fosse riconosciuto nocivo per la salute e cancerogeno.

Un secondo motivo di disagio è dovuto al fatto che i lavori di bonifica di questo minerale, ormai molto diffuso in natura, procedono lentamente e male tanto da essere il nostro Paese terribilmente indietro , in questo compito, nei confronti degli altri Paesi civili. Il mesotelioma, malattia mortale, il cui decorso è poco o niente influenzato da mezzi fisici (radioterapia), chimici (chemioterapia) o chirurgici, ucciderà ancora. Infatti il tempo che intercorre fra l’esposizione al contagio e l’insorgenza della malattia (tempo di latenza) è assai lungo potendo superare i 30 anni e pertanto la malattia raggiungerà il suo picco di frequenza intorno agli anni 2020-2030.

E siamo così arrivati al terzo e forse principale motivo di disagio: alla fine degli anni sessanta, operai, con il mio Direttore di allora, uno strano caso di malattia della pleura etichettato erroneamente come empiema cronico. Fu l’esame istologico delle pleure a dirci che in realtà avevamo asportato, in parte, un mesotlioma. Nessuno a quell’epoca sapeva esattamente cosa fosse e la curiosità mi spinse a consultare la letteratura di allora e lì trovai tutto  come ho ricordato all’inizio a proposito dei minatori del Sud Africa.
Nell’arco di pochi anni osservai, studiai e operai altri casi di mesotelioma pleurico diventati ormai familiari tanto che con alcuni colleghi pubblicai gli aspetti clinici e radiologici di questa malattia su una rivista di scarsa diffusione. Invece avrei dovuto andare all’Ordine dei Medici, avrei dovuto contattare giornalisti, radio e televisione per denunciare pubblicamente il fatto che in certe fabbriche esistevano situazioni che causavano nei lavoratori una malattia gravissima, avrei dovuto  infine  andare nelle  fabbriche dove si lavorava l’amianto per dire agli operai: “scappate che qui si muore!”.
Avrei forse potuto, in questo modo, salvare molte vite ma non feci nulla. Il mio maggior interesse allora, agli inizi della carriera, era di scrivere, pubblicare e accumulare i titoli.
Che grande sciocchezza e quale grande occasione perduta!

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