Fondazione Zoé

L’etica della procreazione è un’etica della buona relazione della coppia con il nascituro.

Insomma, il turbamento delle pratiche naturali della procreazione umana non può che procurare patologie senza fine. E si sa che le patologie sono tanto più profonde, radicate e difficili quanto più cominciano nei primi tempi della vita. Bisognerebbe a queste cose un po’ pensare e convincersi che madre natura ha delle costanti che più di tanto non possono essere manipolate o, peggio, violate. E non ci sono solo costanti nella corporeità, ma anche, anzi soprattutto, nelle dinamiche delle relazioni tra noi: specie se si tratta di dinamiche parentali. Contenuto di un’etica della vita sono soprattutto queste, come dovrebbe oramai parere chiaro. Ed è a partire da queste che prendono una curvatura etica le dinamiche più vicine o anche proprie della corporeità. Il rapporto tra madre e figlio, il rapporto della coppia parentale con il figlio fa parte delle costanti di un essere umano: è intuitivo. Tanto è vero che un essere umano cresce bene, solo se ha un buon rapporto con la madre e col padre.

L’etica della procreazione è dunque, prima di tutto, un’etica della buona relazione della coppia con il nascituro. E la regola fondamentale di quest’etica è presto detta, dopo i discorsi fatti fin qui: ogni pratica procreativa deve essere orientata alla buona vita del nascituro, a cui dunque vanno anzitutto garantiti i legami fondamentali d’amore: garantita una coppia genitoriale che si prenda cura di lui come figlio e lo introduca convenientemente alla vita. La buona qualità della relazione di procreazione è questa. In generale, contro un immaginario narcisistico (un figlio tutto per me; procreazione come ab-soluta creazione), è da coltivare un’etica della procreazione come un gesto e una cifra per altri. Dove “altri” è, appunto, il nascituro. Ricordare Kant: l’uomo (qualsiasi essere umano) non può mai essere trattato semplicemente come mezzo, ma sempre (anche) come fine. Pro-creare, dunque, a favore (“pro”) di un bambino; ma anche, in ultima istanza, procreare invece e su mandato (“pro”) di qualcun Altro. Procreare per preparare un’esistenza che viva per altri. Che vuol dire: “educare” un essere umano ad una vita degna di un essere umano.

Possiamo allora concludere tracciando una specie di dittico, che restituisce per intero l’etica della procreazione e riassume tutte le osservazioni fatte sin qui.
Procreazione, se trasgressivamente vissuta, è appropriazione e dominio; messa al mondo di un essere umano per un fine non suo; strumentalizzazione e abiezione; oggettivazione e distruttività; consumo e ripetizione; conflitto non fra umano e artificiale, ma fra umano e umano, perché umana è l’origine dell’artificio impiegato su un essere umano.
Procreazione, se eticamente vissuta, è dono e abbandono. Dono come ripresa della icona dell’origine. Dono come messa al mondo di un essere umano, da istruire intorno alla sua relazione al bene, cioè intorno alla sua buona relazione con un altro essere umano e intorno alla sua buona relazione con Dio. Un dono che è anche un abbandono. Abbandono come piena fiducia nella vita e nel suo Creatore. Abbandono come consegna della propria vita per la vita del figlio. Abbandono come disponibilità a portare il peso della cura di chi è venuto al mondo.
La posta in gioco, come si vede, è di tutto rispetto.

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