Fondazione Zoé

L’influenza A(H1N1), un caso mediatico tra quelli ormai storici dell’ultimo ventennio.

Aviaria, SARS, “mucca pazza”, la cosiddetta “terapia Di Bella.” Ormai da anni ci troviamo di fronte a virus biologici e virus immateriali, fatti di paura, di idee, emozioni e parole. Sono virus che si propagano molto più velocemente del virus vero, colpiscono più persone di ogni razza e cultura. Si memorizzano meglio attraverso le sigle (SARS) come se fossero titoli di trasmissioni televisive (Lost, 24, X-files) più che agenti patogeni di malattie. Non ne conosciamo i sintomi, ma nella “agenda” del lettore alla voce salute, queste infezioni sembrano essere legate a terre lontane da dove possono propagarsi in tempi molto brevi. Oggi i virus immateriali sono già tra noi, prima ancora del contagio: questo è il rischio della comunicazione.

Ogni caso ha dominato i media come primo attore, con una presenza costante, un flusso continuo di notizie, notizie fotocopia, allarmi, spiegazioni, proibizioni e sdoganamenti, distinguo e precisazioni, interpretazioni fideistiche, letture sociali, economiche, e politiche – di politica interna ed estera. La confusione lessicale, il ritmo ansiogeno delle informazioni spesso legate a due elementi importanti quali il tempo e lo spazio sembrano far mutare la percezione del rischio d’ogni cittadino rendendolo più sensibile a frasi come “entro la settimana il virus in Italia”, “si corre contro il tempo”. Il count down è stato innescato perché la pandemia mediatica possa iniziare e allora anche lo spazio si restringe nell’attesa dell’invasione del virus killer.
 
Questi casi  in comune  presentano un giornalismo, acritico e urlato, allarmistico e sensazionalistico; e i tentativi di arginare e inquadrare il flusso d’informazioni, ristabilendo la verità sostanziale, hanno prodotto nuova eco ed enfatizzazioni. D’altra smentita o conferme non sono arrivate dalla comunità scientifica. Questo determina che solo il virus immateriale può propagarsi, mentre quello biologico rimane fin troppo silente perché possa ristabilire una reazione d’equilibrio. 
Il caso più espressivo rimane quello della terapia Di Bella, forse perché il primo, forse perché un caso tutto italiano – da provincia italiana – che ha obbligato la massima autorità sanitaria italiana ad un’azione, probabilmente politica in assenza di requisiti tecnici minimi. Decisione che sollevò stupore e perplessità nel consesso scientifico internazionale per i provvedimenti assunti rispetto a una casistica disordinata e a un’ipotesi di lavoro priva di fondamento logico.
Di fronte a questi casi ci sono state alcune iniziative “scientifiche” per arginare le possibile conseguenze di informazioni incerte, ansiogene e troppo mediatiche 
Ricordiamo così la Carta di Perugia del 1995, il Protocollo d’intesa sul piano deontologico dell’anno successivo, il Manifesto per l’informazione del 1998. E le iniziative più recenti: la Carta di Torino (2001), il documento Farmaci sul giornale: istruzioni per l’uso nel 2004, la Carta del Farmaco della SISF del 2006 e la recente bozza della Carta Etica per l’Informazione Bio-medica, presentata in occasione del convegno Media e Salute tenutosi a Milano nei giorni scorsi. 
Tutte queste iniziative pongono l’accento in modo assolutamente corretto e condivisibile su aspetti etici e deontologici della comunicazione, per citarne alcuni: il rigore dell’informazione, la necessità di evitare allarmismi ingiustificati, sensazionalismi e toni miracolistici, l’attendibilità e la tempestività dell’informazione, l’interesse generale, il rispetto dei diritti del cittadino-paziente, l’informazione corretta e completa. 
Siamo di fronte a tentativi ambiziosi – a volte indirizzati ai professionisti dei media e ai ricercatori, altre volte come strumenti rivolti al pubblico per la lettura delle notizie – di portare nella divulgazione la specificità dei valori della salute, a integrazione delle norme generali della regolamentazione dei giornalisti italiani, così come previste dall’Ordine Nazionale dei Giornalisti. 
Un’intesa che consenta di superare il profondo divario fra due poteri forti, ricerca e giornalismo, per giungere ad un “patto” firmato nell’interesse della figura debole, il “paziente”.
Al momento queste iniziative sembrano presentare il limite di essere enunciati di valore etico e deontologico (il cosa o la coscienza), ma di non affrontare l’aspetto pratico della comunicazione (il come o la scienza). Non forniscono, infatti, delle raccomandazioni pratiche sugli elementi minimi che devono essere presenti perché un articolo rispecchi i valori etici condivisi e sia in linea con gli enunciati teorici. E quindi utile per il paziente e non fuorviante. Indicazioni in questo senso sono presenti in documenti internazionali rivolti ai giornalisti quali le ”Guidelines on science and health communication” (SIRC, UK, 2001), in ”Media+Doctor ”(Canada, 2006) e in altri documenti rivolti ai ricercatori o al pubblico quali le ”Checklist for science and health professionals” SIRC, UK 2001, ”The Interview: rules of the road ”USA 2003, il documento per il lettore del National Network of Libraries in Medicines, USA 2006. 
 
Di grande interesse è l’ultima iniziativa dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia e del Gruppo 2003 che segnala l’importanza della condivisione di alcuni tra i punti fondamentali di una comunicazione corretta ( responsabilità, trasparenza, completezza, competenza, linguaggio). Ci sembra giusto suggerire di elaborare oltre alla Carta Etica, anche un documento di lavoro, che consenta di tradurre nel lavoro quotidiano di scrittura, gli aspetti deontologici ed etici condivisi, avvalendosi anche della collaborazione di quanti, attraverso la didattica accademica, hanno affrontato questi aspetti della comunicazione sulla salute. Per poter così costruire fra i comunicatori la “conoscenza” necessaria per una piena comprensione dell’informazione medico scientifica, presupposto indispensabile a una mediazione efficace.

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