Fondazione Zoé

Sull’istituzionalizzazione della figura di uno psicologo in Oncologia e sul suo ruolo…

Alcune riflessioni mi vengono suggerite da una lettera inviata dal Dott. Alessandro Bovicelli al giornale “La Repubblica”. Scrive il dottore che è necessario e urgente istituzionalizzare in qualsiasi Oncologia la figura di uno psicologo-oncologo e su questa affermazione si può essere tutti d’accordo.
Ma la mia attenzione si fissa soprattutto su quanto segue: “Ormai sia la chirurgia che le successive terapie sono in grado di fare grandi sforzi per provare a raggiungere i risultati migliori. Questo però comporta per il paziente di essere sottoposto a degenze molto lunghe, a mutilazioni fisiche importanti per cercare di ridurre a zero il residuo di malattia, e travagli psicologici troppo difficili da sopportare da soli”.
 

Provo a riscrivere questa frase in modo diverso: “Ormai sia la chirurgia che le successive terapie sono in grado di raggiungere i risultati migliori. Mutilazioni fisiche, anche importanti, riducono a zero il residuo di malattia garantendo la guarigione. Con questi innegabili vantaggi il paziente sarà in grado di superare i travagli psicologici”. Con queste modifiche sostanziali la frase risulta senza dubbio più rassicurante, ma purtroppo è falsa, è vera la prima. Sono veri soprattutto l’incertezza ed il disagio che affiorano dalla lettera originale come avviene tutte le volte che il medico realizza che la malattia è grave e l’esito della cura, nonostante le migliori intenzioni, incerto.


Lo psicologo però non è la soluzione del problema, o meglio, non è l’unica soluzione e forse nemmeno la più importante. Il malato, anche e soprattutto quello affetto da un tumore, ha un percorso ben definito da compiere: dapprima incontra il medico di famiglia, poi il clinico o il chirurgo o l’oncologo, non necessariamente in quest’ordine; l’approfondimento diagnostico comporterà l’esecuzione di esami stressanti, talvolta invasivi, dovrà infine affrontare una verità destabilizzante per lui e per chi gli è vicino.
Colui che, fra i medici che incontrerà in un contesto multidisciplinare, avrà saputo meglio comprendere le sue incertezze e le sue paure, diventerà il suo medico. Colui che sarà stato capace di stabilire un lungo percorso da fare insieme definendo una relazione di cura, diventerà anche il suo psicologo, la figura di riferimento al quale rivolgersi in ogni momento. Il dialogo che si instaurerà fra i due sarà tanto più lungo e franco quanto più grave sarà stata la diagnosi di malattia. Il malato dovrà allora essere edotto a tal punto da assumersi in parte la responsabilità della cura e a decidere comunque ciò che è meglio per lui. La consapevolezza del suo stato lo renderà più responsabile e capace di combattere partecipando attivamente alle varie fasi del trattamento. Su di un soggetto siffatto lo psicologo vero potrà avere qualche possibilità di successo, assai più difficile sarà il suo compito se il paziente è stato trattato con reticenza e, in definitiva, con scarsa umanità.
Lo psicologo non dovrà, in ultima analisi, essere colui che ripara i guasti provocati da chi lo ha preceduto.

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