Fondazione Zoé

Un commento in risposta al racconto “Margherita e i gomitoli di lana” della scorsa settimana.

Nel neonato Forum “Spazio Bianco“, ho letto con attenzione il racconto “Margherita e i gomitoli di lana” in cui si racconta di Margherita, aspirante infermiera, e del suo incontro con Silvia, malata giunta al termine della sua esistenza. Nel leggerlo ho provato una sorta di turbamento acuito dalle parole introduttive di Giovanna Ruberto alla quale mi sento legato da amicizia e stima: “negli Ospedali si incrociano vite, a volte nascono rapporti anche di amicizia e comunque avere a che fare con un paziente non è un atto neutro, se sei vero ed umano ti cambia”.

Non so se Margherita si sia resa conto che la sua storia ricalca quasi fedelmente le quattro fasi della sindrome del burnout (letteralmente: bruciarsi).


1) La prima fase è quella dell’entusiasmo idealistico che colpisce le persone che si dedicano ad una professione di aiuto, nel nostro caso medici ed infermieri. Leggiamo le parole di Margherita: “fremo impaziente all’idea di incontrare la malattia per eccellenza: il cancro”. Entusiasmo idealistico forse eccessivo.

2) La seconda fase è caratterizzata dalla stagnazione che interviene quando si realizza che il frutto del nostro lavoro non da i risultati sperati.

3) L’inutilità dell’impegno e degli sforzi fatti porta alla terza fase che è quella della frustrazione.

Vediamo come queste due fasi sembrano intrecciarsi nel racconto: “sto morendo” dice Silvia e Margherita, a sua volta, pensa: “se morisse porterebbe via con sè anche quello che abbiamo condiviso, anche un pezzo della mia vita”. Non sentiamo forse tutta l’inutilità del lavoro svolto e la frustrazione che non le consentono di riconoscere che i suoi sforzi erano, fin dall’inizio della storia, senza speranza?

4) Siamo così arrivati alla quarta fase della sindrome che è quella dell’apatia, dell’indifferenza. Silvia muore e Margherita non trova il coraggio di tornare in quella stanza perché sa di trovarla vuota e anche lei si sente vuota dentro.
Si tira un sospiro di sollievo nell’apprendere che Margherita è diventata nel frattempo infermiera professionale e quindi non si è bruciata al primo impatto con la sofferenza ma, certo, il coraggio e il trasporto, eccessivi fino all’incoscienza, non lasciavano presagire nulla di buono. Comunque, al di là dell’aspetto angelico, Margherita deve essere una “tosta” se è stata capace di riprendere un cammino che l’ha portata a svolgere il suo lavoro con serenità, qualità indispensabile per continuare una carriera faticosa e difficile che le auguro lunga e piena di soddisfazioni.
 
A costo di apparire pedante vorrei però, in questa occasione quanto mai propizia, ribadire alcune convinzioni che non sono soltanto mie ma anche di molti esperti di comunicazione nel campo della salute.
Chiunque desideri  essere di aiuto agli altri, in questo caso medici ed infermieri nei confronti dei malati, non può permettersi sentimenti di simpatia o antipatia. Se per l’antipatia il concetto è immediatamente comprensibile in quanto sentimento che suscita lontananza o repulsione, per la simpatia penso si debbano spendere due parole in più.
Simpatia (letteralmente, patire e soffrire insieme) significa condividere emozioni come la sofferenza ma anche la gioia o il desiderio. E’ quindi una risposta emotiva spontanea, un sentimento che può portare ad una vicinanza eccessiva, ad un coinvolgimento ed un soffrire insieme che nella relazione di cura va combattuto.
L’empatia è invece il giusto strumento da conoscere e da utilizzare, strumento e non sentimento che serve a regolare la giusta distanza fra chi cura e il malato. Mentre si cerca di comprendere lo stato d’animo altrui si offrono attenzione ed aiuto. “Io capisco la tua sofferenza, cerco di immaginarla ma non posso provare ciò che tu senti. Questo non mi impedisce di essere umano nei tuoi confronti e di condividere le tue emozioni per aiutarti a migliorare la qualità della nostra relazione”. Non c’è identificazione, non si soffre insieme.
 
Per concludere: gli amici avevano detta a Margherita: “ascolta,comprendi, solleva, consola”. Perfetto, è ciò che deve fare un buon medico o un buon infermiere! Ma le avevano detto anche: “prendi su di te, porta via il dolore”. Sbagliato, così non si dura, ci si brucia .
E’  vero , cara Giovanna, che il rapporto col malato se sei umano ti cambia, ma questo rapporto deve essere il più possibile neutro e  se un amicizia o altro deve nascere, è bene nasca  una volta che il paziente è stato dimesso.

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