Fondazione Zoé

Cosa succede quando un medico passa dalla parte del paziente? Come può reagire?

Lunedì 5 agosto non sarebbe stato un giorno come tutti gli altri, un pigro e caldo giorno estivo, di quelli che non ho mai sopportato. Sono andata a fare la spesa con mia madre, in realtà stavo aspettando una telefonata, un sms, qualcosa che mi tranquillizzasse. Ho spento il cellulare, non mi piace parlare in mezzo alla gente, e poi ormai era mezzogiorno, probabilmente era tutto a posto, per questo nessuno mi aveva ancora cercato. Poi sono arrivata a casa, ho spacchettato le buste, iniziato a preparare il pranzo e finalmente ho riacceso il cellulare. Chiamata in arrivo, persa, da parte di una collega che in genere mi manda sms. Inizio ad agitarmi, poi penso che sono solo ansiosa, probabilmente vuole dirmi a voce che tutto va bene. La chiamo e capisco subito che non è proprio così.

Ascolto le parole che non volevo sentire: “Mi spiace, è un ca dell’endometrio, è meglio che organizziamo l’intervento”. Anche lei non sa bene come dirmelo, si scusa mille volte per avermi chiamato, ma confessa che ha preferito farlo lei piuttosto che lasciare il compito ad una collega che non conosco. Ringrazio e riattacco. Non so bene che cosa fare, devo dirlo a qualcuno, un po’ non voglio pensarci – impossibile! – un po’ in fondo me lo aspettavo, era come un chiodo piantato nella mia testa da mesi. Mi sento come se mi fosse caduto un palo addosso. Sono un medico, quindi inizio a pensare e tutte le possibilità peggiori, ai rischi dell’intervento. E poi lo devo dire ai miei genitori, mio padre ha 92 anni ed è appena uscito dall’ospedale, mia madre ne ha compiuti 86 quattro giorni fa, mi sembrano così fragili, così incapaci di affrontare anche questo. Inizio a chiamare a caso i miei amici, mio fratello, mia cognata, ho sempre avuto bisogno di condividere con gli altri ciò che mi capita. Mi serve ad oggettivare le cose, se le chiami per nome sai di che cosa stai parlando. E’ tutto molto strano, questa sensazione di estraneità mi accompagnerà per giorni, ma ancora non lo so, ovviamente. Immagino di essere molto agitata, perché parlo a raffica, la pressione è a livelli di ictus ed ho un peso sullo stomaco che mi tiene ancorata alla terra. Non è uno dei tumori peggiori, so bene che la chirurgia, se lo stadio sarà confermato in corso di intervento, può essere risolutiva. Ma occorre appunto aspettare l’intervento, il chirurgo che mi deve operare è in ferie, in fondo è agosto. Mi chiama anche la collega ignota, che è poi la sostituta del primario che mi dovrà operare, e ci mettiamo d’accordo per vederci il giorno dopo.
E’ algida, appena mi presento davanti a lei inizia a spiegarmi tutte le possibili complicanze che avrà l’intervento, da quelle evidenti a quelle remote ma terribili. Tento di fermarla, vanamente. Si chiama medicina difensiva, conosco i meccanismi: sono convinti che se ti dicono tutto poi si salvano l’anima, o meglio non rischiano una denuncia. E poi sono una collega, lavoro in Medicina Legale, non si sa mai. Capisco che l’unico modo per venirne fuori senza che le metta letteralmente le mani addosso è assumere il tono da professore, cosa che m viene naturale. Quindi la blocco, le dico che il consenso che mi sta facendo firmare non ha né senso né valore, che è penalmente perseguibile e che, sostanzialmente, non mi deve rompere le scatole. Convoco la primaria di anestesia (ok, sto approfittando del fatto che conosco quasi tutti nell’ambiente), le chiedo se è disposta a venire lei in sala operatoria perché non mi piacciono i suoi assistenti, altrimenti cerco altrove e poi saluto.

Perché entro in questi particolari? Perché fino ad ora la comunicazione è stata penosa, mi trattano con timore (il dipartimento di Medicina Legale forse fa un po’ paura), d’altra parte è cosa nota che se sei un collega ti capiterà di sicuro l’unico effetto collaterale descritto in poche righe o la complicanza più rara che ci sia (e in effetti capiterà, ma sarà parte della prossima puntata). O mi dicono troppo, tipo recita del manuale, o iniziano la frase, mi guardano e dicono: “Prof, ma lei ne sa più di noi, è inutile che glielo spieghiamo”. Dimenticavo, dopo 35 anni di onorato lavoro nella facoltà di medicina, tutti quelli che incrocio tra medici, infermieri e ostestriche che sono passati per i miei corsi, hanno l’evidente imbarazzo di trovarsi di fronte, in veste diversa, proprio la persona che ha insegnato loro magari pochi anni prima. Ma adesso sono una paziente, consapevole e culturalizzata, è vero, ma sono una paziente. Vorrei che se lo ricordassero e mi accompagnassero in questa avventura con attenzione, capendo che proprio perché so, ho probabilmente più paura della media delle persone. Che ho la testa piena di numeri, di statistiche, di possibilità, che insomma ho bisogno di potermi affidare a qualcuno, non di dover dare ordini. Ma forse sto mentendo a me stessa, il medico è un paziente terribile per i colleghi, io ho, per così dire, un carattere forte, lo sanno tutti, capisco l’imbarazzo. Capisco meno che non si rendano conto del fatto che ho paura e vorrei solo essere rassicurata un po’. Torno a casa e capisco che c’è un’unica cosa da fare sul serio per sopravvivere alle 3 lunghissime settimane che mi separano dall’intervento, affidarmi alla chimica. Grazie al cielo esistono le case farmaceutiche, un pietoso ed ottimamente funzionante ansiolitico mi aiuterà a far passare il tempo.

Il seguito, per chi fosse interessato, alle prossime puntate, che saranno non poche…

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