Fondazione Zoé

E’ stato diffuso recentemente il “World happiness report 2013” dell’ONU .

Trattasi di un “termometro” costruito in modo non banale (non si tratta di effetti giornalistici: la ricerca è seria come l’Istituzione che la cura) che considera diversi indicatori che, ponderati, danno una gerarchia del grado di “felicità” percepito ma anche relativo a dati oggettivi (per esempio il reddito pro capite, l’aspettativa di vita, i servizi…).

Ebbene, nel 2012 (i dati rilevati si riferiscono a quell’anno) l’Italia si trovava al 45° posto (su un complesso di più di 300 nazioni misurate). Sembrerebbe non tanto male: senonché l’Italia figura tra i paesi in cui c’è stato un décalage più forte rispetto al 2010 (anno della precedente rilevazione). In Europa i paesi a più elevata felicità misurata in questa ricerca sono quelli scandinavi, mentre l’Italia sta tra quelli a indice più basso e sicuramente con maggiore discesa nel biennio 2010-12.

Si sta compromettendo, e questo è ciò che mi ha più colpito, anche ciò che era il cespite maggiore di felicità all’italiana, vale a dire il senso di supporto sociale, di relazione di aiuto, di disponibilità sociale. Come se i mali tempi economici e istituzionali ci stessero facendo scivolare verso un “si salvi chi può” in cui ognuno comincia a pensare “io speriamo che me la cavo”, e quanto agli altri…

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