Fondazione Zoé

Può esistere libertà con dei limiti? Nuova puntata sui modi di interpretare la legge morale.

Il problema della libertà è oggi per lo più declinato, anche politicamente, a partire da qui – leggi puntata precedente -.
Bisogna, dunque, far capo a questa nozione di libertà per intendere alcune difficoltà che in Occidente sono oramai sotto gli occhi di tutti. Bisogna partire, appunto, dalla libertà d’arbitrio, che viene istruita fondamentalmente come libertà dalla costrizione.

A seconda dei tipi di costrizione da cui ci si intende liberare, si dà allora un certo tipo di libertà. E si aggiunga che l’ideale regolativo dei moderni in realtà è sempre stato la liberazione da ogni tipo di costrizione. Le costrizioni più vistose, però, erano indubbiamente quelle politiche e quelle religiose. Liberarsi dalle due autorità: dall’imperatore e dal papa, era l’aspirazione più diffusa nella società civile premoderna, come si ricorderà; divenuta perciò, mano a mano negli ultimi sei secoli, almeno nelle sue classi dirigenti, libertaria e laica. L’Ottocento e il Novecento hanno poi radicalizzato l’istanza libertaria: prima coltivando (Cartesio antico maestro, ma si può risalire anche al volontarismo medievale) l’antecedenza del volere (libero) sulla ragione, vista come ambito della necessità; poi coltivando semplicemente la distruzione della ragione (è il titolo di un vecchio e noto libro di Lukacs, come si sa).

 
Il risultato più recente si può così riassumere: la ragione offre solo contenuti instabili. Una regola universale è, dunque, impossibile. L’esercizio della prassi, che pure ha bisogno di regole, può essere solo guidato da accordi tra le parti. Una volta (Hobbes) c’era un sovrano che possedeva la delega dell’esercizio dei limiti della libertà, come garante dei patti. Ora il succedaneo del sovrano è quel patto sociale da tutti o quasi tutti sottoscritto democraticamente, cioè il dettato costituzionale, che poi contiene la determinazione dell’esercizio dei pubblici poteri.
 
L’incondizionata libertà di decidere sembra dunque il segno più grande della dignità della persona. Ma una libertà così fatta, posta prima dell’apertura della ragione, trapassa inevitabilmente nell’irrazionalismo cieco, di cui Schopenhauer e Nietzsche erano già stati gli schietti e spietati banditori. Le porte della violenza vengono però così aperte. Anzi spalancate. Non che prima violenza non ci sia stata nella storia umana. Ma prima essa era rubricata come una grave trasgressione delle leggi morali. Quindi evitabile, in linea di principio. Ora, invece, sembra inevitabile, perché determinata come il fondo di senso del nostro essere al mondo.

 

 

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