Fondazione Zoé
 Lo screening tumorale è oggi un messaggio fondamentale per la salute pubblica. la cui efficacia comunicativa è dovuta anche al linguaggio persuasivo del marketing sociale e all’utilizzo sempre più frequente di testimonial. La diagnosi precoce può rappresentare uno strumento estremamente utile per ridurre il rischio di morte per alcuni tumori, ma può anche portare, nel caso di test di screening di dubbio valore, al paradosso della sovra-diagnosi: a lesioni inattive non letali, ma che soddisfano i criteri istologici per il cancro o di suoi precursori, viene attribuita una gravità che in realtà non hanno. 
Troppo spesso vengono considerati utili degli interventi solo perché sono prescritti o perché corrispondono alle aspettative, reali o indotte, più popolari in quel determinato contesto. Con la sovra-diagnosi persone sane sono rapidamente convertite in pazienti affetti da tumore, a cui vengono proposti interventi che potrebbero anche avere effetti collaterali. 

Barbara Dunn e i colleghi del North Cancer Institute, in America, sostengono a tal proposito che la semplice etichettatura di tali lesioni inattive come “cancro” o “carcinoma in situ” possono aumentare la paura legata a questa patologia. Date queste premesse, quali possono essere le soluzioni?
Nel 2012 l’US National Cancer Institute ha convocato un gruppo di esperti per esaminare i rimedi ai termini usati e al binomio sovra-diagnosi/sovra-trattamento. I partecipanti infatti hanno suggerito che la nomenclatura antiquata dovrebbe essere rivista, riservando parole come “cancro” o “carcinoma” per le lesioni che possono progredire a vero tumore se non trattate, distinguendole da quelle a bassa potenzialità di evoluzione maligna. Fondamentali saranno i progressi della ricerca di test molecolari predittivi capaci di distinguere tra lesioni non evolutive da quelle che possono diventare mortali.
Medici, pazienti e pubblico in generale dovrebbero essere avvertiti che un’indagine precoce presenta benefici ma anche difetti, se si include la sovra-diagnosi. Sono quindi necessari messaggi chiari e equilibrati  per non disincentivare lo screening di efficacia comprovata, massimizzandone i benefici e evitandone i pericoli.  
Il problema della sovra-diagnosi e della ricerca di termini metaforicamente meno impaurenti ha raccolto diversi consensi tra i medici, ma non sono mancate critiche. Louisa Polak, medico inglese, ritiene che il termine ‘sovradiagnosi’ è sempre più usato in modi che lasciano intendere che i medici dovrebbero decidere in materia prima di trasmettere informazioni equilibrate ai pazienti. Questo approccio nel  ventunesimo secolo potrebbe però sapere di paternalismo. 
Inoltre, secondo Polak, parlare di sovra-diagnosi come “la rilevazione di lesioni non letali” nel contesto degli screening tumorali semplifica eccessivamente le statistiche di rischio: ci vorrebbe la sfera di cristallo per identificarne con certezza la loro metamorfosi. 
 
Tutto quello che è possibile fare è cercare di aiutare i singoli pazienti a prendere decisioni entro le quali si sentano a loro agio, cercando di conciliare il basso rischio di alcune rilevazioni ottenute con la diagnosi precoce, con il rischio di danno che potrebbe essere provocato da un loro trattamento.
 

Fonte: Dunn, 2013 Polak, 2013. 

 
Articolo nato dalla collaborazione tra la Fondazione Zoé e il CCF – Centro Studi di Comunicazione sul Farmaco dell’Università di Milano, per approfondire la letteratura in materia di Comunicazione della Salute. Vedi pagina Collaborazioni.

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