Fondazione Zoé

Non è vero che la libertà umana sia onnilaterale. Bisogna resistere a questo effetto di deriva.

Ci si deve piuttosto liberare anzitutto da questo “fantasma” di libertà, per ripensare l’esercizio concreto delle forme autentiche della libertà. 
 

La libertà sarebbe onnilaterale, se un essere umano potesse realmente decidere con potenza su tutto. E invece, c’è una serie di cose su cui non possiamo decidere (su cui non siamo potenti). Ad esempio, non possiamo decidere di vivere senza alcuni nostri organi corporei; non possiamo decidere di fare a meno del rapporto al mondo ambiente (della luce, dell’aria, dell’acqua…); non possiamo vivere senza rapporti con gli altri esseri umani ecc. La nostra libertà è, in ultima istanza, limitata da questo: dal fatto che un essere umano non può mai ritrarsi del tutto dalle proprie condizioni materiali di vita. Ad esse è inesorabilmente “legato”, da esse è “condizionato”, anche quando dice di no. In altri termini, c’è nel nostro esser liberi, una fattualità inevitabile e incomprimibile, anche se non siamo sempre in grado di tracciarne i confini o anche di descriverne i territori. Una volta, per indicarla, si usava la figura della “natura”. Le cose naturali erano le costanti della vita individuale e collettiva. Poi è intervenuta la nozione di cultura a “sciogliere”, sin quasi alla totale liquefazione, queste antiche convinzioni. Ora pochi hanno il coraggio di dire che la totale liquidazione di questa eredità è una mira impossibile.

 
Questa liquidazione totale della “natura” (nell’intenzione) è in realtà la fonte prima del nostro smarrimento, anche perché tra le costanti in liquidazione ci sono soprattutto i legami tra noi. In un tessuto relazionale in cui niente può valere come legame da onorare, ma tutto deve essere ricondotto ad un “patto dei contraenti”, sempre risolubile in linea di principio (questa l’unica forma di legame che si dice, non di rado, oggi praticabile), le sorprese sono continue; anzi la sorpresa è la nuova norma. E bisognerebbe dire: la nuova norma è, in ultima istanza, il caso, ossia l’accidentalità.
 
Dunque, libertà dai legami. Il rimedio dovrebbe essere – si suggerisce da più parti – il neutro delle regole formali condivise (etiche e politiche). Ma il rimedio funziona poco, come non è difficile appurare, solo che si abbia un po’ d’esperienza delle forme della quotidianità. Perduto il senso dei legami, si precipita a poco a poco in una vita piena di frammenti affettivi. Cioè poi in una vita a frammenti. E’ questo, in fondo, il dramma di tanta parte della generazione più giovane, che un giorno fa volontariato sublime e un altro giorno rapina le forme di piacere, usando d’altri con leggerezza (sesso, denaro, spettacolarità ecc.) . Quando non si impasticca.
 

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