Fondazione Zoé
L’amicizia non è un aspetto nuovo nella relazione tra medico-paziente, visto che già Erasmo da Rotterdam (1466-1536), umanista e teologo, descriveva questo rapporto come “un’amicizia basata sulla virtù piuttosto che sullo scambio utilitaristico”. Anche le conclusioni di studi recenti sui fattori chiave che influenzano la soddisfazione dei pazienti sollecitano i medici a sviluppare una relazione interpersonale più forte con i malati.
 
David Main, professore di comunicazione  dell’Università di Bristol nel Regno Unito, esprime un suo punto di vista sulla relazione medico-paziente partendo dalla sua storia personale. La moglie, veterinaria e molto attenta alla relazione con i suoi clienti, si ammala di tumore, viene ricoverata in ospedale per un periodo di degenza,  ma nonostante le cure muore all’età di 44 anni. 
Durante l’ospedalizzazione, David Main ha avuto modo di osservare come i medici si rapportavano con sua moglie. Riconosce in molti di loro grande  impegno professionale e atteggiamento empatico, ma nota anche i difetti più comuni di comunicazione: medici che non si scusano con il malato per non riuscire a parlargli perché troppo occupati, o che si rivolgono al paziente con il nome sbagliato, o che non forniscono il significato di una diagnosi, o che presentano il piano di terapia come una decisione presa da un anonimo team multidisciplinare oppure che non sono particolarmente attenti a trovare parole adatte  nei momenti più drammatici della malattia.
 
L’autore, riflettendo su questi comportamenti, è convinto che le conversazioni con sua moglie sarebbero state migliori, se i medici si fossero posti nella situazione di parlare a un’amica. 
Il professor Main è al corrente che le direttive degli ordini professionali inglesi mettono in guardia il medico dallo stabilire improprie relazioni emotive con il paziente: non chiede ai medici di diventare amici dei propri pazienti,  ma suggerisce loro, di fronte alla delicatezza di certe situazioni, di porsi la semplice domanda “Cosa direi a un mio amico?“, che potrebbe suggerire modalità più appropriate per gestire una comunicazione maggiormente empatica.
 
Non sono mancati commenti in risposta a queste considerazioni da parte di altri medici. Fatima Bakadur, medico di famiglia a Oxford, si dice d’accordo sul correggere i difetti di comunicazione notati dal professor Main, ma obietta che ‘i pazienti non sono amici‘. Infatti se inavvertitamente si offende o si dà un consiglio sbagliato a un amico, è possibile cercare una riconciliazione senza paura di azioni legali, mentre questo non avviene con i pazienti. Inoltre evidenzia il rischio che un atteggiamento amichevole possa alimentare aspettative dalle cure  superiori a quelle che i medici possono realisticamente offrire. Quando poi queste aspettative non si avverano la relazione con il paziente inevitabilmente si deteriora.
 
Un altro medico, P. Ellis di Middlesbrough, ricorda che nella sua esperienza professionale si trova frequentemente nella situazione di riferire cattive notizie a pazienti o famiglie mai incontrati prima: riferisce che ogni incontro diventa un corso accelerato di sviluppo della relazione e raccomanda di ascoltare attentamente quanto il paziente comunica anche non verbalmente. Questo medico ritiene che il  protocollo “SPIKES” (setting, perception, invitation, knowledge, empathising and exploring, strategy and summary) sia un’ottima guida, ma chiedersi ‘Avrebbe un amico detto questo?‘ è una valida regola generale.
 

Fonte: Main, 2013.

 
Articolo nato dalla collaborazione tra la Fondazione Zoé e il CCF – Centro Studi di Comunicazione sul Farmaco dell’Università di Milano, per approfondire la letteratura in materia di Comunicazione della Salute. Vedi pagina Collaborazioni.

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