Fondazione Zoé
Il “branco del web” colpisce ancora. Tra dissapore e polemica, basta con parole a vuoto!

In questi giorni la cronaca ci obbliga ad allargare lo sguardo dai problemi della salute “fisica” e del “benessere” a problemi drammaticamente più gravi che però tendiamo a ignorare (forse proprio perché profondi) che riguardano la salute “mentale”.

Mi riferisco alle vicende dei suicidi spinti dal “branco del web”, così potente particolarmente nell’età critica della prima adolescenza. Non posso  aprire qui un complicato (ma che sarebbe così necessario fare in adeguato contesto!) discorso sulla fragilità emotiva e di personalità dei nostri ragazzi né sollevare la questione della incapacità dei genitori postmoderni di assumersi l’onere del sacrificio di sé per il bene dei figli (altro tasto dolentissimo e politicamente scorretto!). Voglio invece dire che sono abbastanza stufo della retorica che sempre circonda il dibattito su questi casi drammatici di cronaca, che gira a vuoto sul tema più o meno così riassumibile: “si è vero, il web è rischioso, ma non possiamo farci nulla perché il web deve essere libero”. 

 
Allora, intanto la libertà di opinione è cosa diversa dalla libertà di interazione interpersonale come quella che dà luogo a questi casi: alla scuola materna impediamo attivamente litigi e cattiverie tra i bambini, e l’idea che il caso del web sia diverso perché “non si passa all’azione” si dimostra ormai chiaramente non vero, altrimenti non saremmo qui a parlare di questi fatti. E poi, vogliamo dirci che se appena lasciamo spazio aperto e non moralizzato emergono le pulsioni distruttive, tra cui il piacere di far del male agli altri, non fosse altro per sentirci noi più potenti? 
 
Certo, se tutti fossimo maturi, responsabili, assistiti attentamente e amorevolmente da figure tutoriali…ma questo è sogno o illusione, non realtà. Rispondere a ciò che accade di fatto, con argomenti che attingono a quello che dovrebbe essere o vorremmo che fosse, non aiuta.

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