Fondazione Zoé

“Una cauta sapienza” è una lettura che consiglio a tutti, soprattutto a studenti e giovani medici…

“Una cauta sapienza”, scritto dal medico Paolo Maggi, parla di medicina e quindi di salute e di malattia, ma anche di scienza e tecnica. Sempre presente sullo sfondo il ruolo che il medico deve avere nei confronti della malattia che guarisce e, soprattutto, di quella che non guarisce.
Il tutto è descritto da un uomo-medico di grande cultura e sicuro talento narrativo, che ricorre costantemente, per esporre e dar valore al suo pensiero, a medici, storici e filosofi di ogni tempo dalla Grecia Antica ai nostri giorni. La presenza di storie fantastiche prese dalla mitologia serve a rendere ancora più affascinante il racconto. 

Non deve sorprendere che, in tempi in cui la medicina ufficiale poteva fare assai poco per le malattie del corpo, i filosofi, i sacerdoti ed i medici si dedicassero con maggior successo a tutto ciò che poteva turbare l’anima e, con essa, l’armonia dell’universo.
Oggi nasce però il problema inverso in cui ci si dedica alla cura del corpo dimenticando tutto il resto. Se si è giunti a questo punto è perché la medicina si sente in grado di rispondere a qualsiasi problema facendo affidamento unicamente sull’enorme sviluppo biotecnologico capace di un grande progresso, ma anche di suscitare un pericoloso senso di onnipotenza.
 
È scontato che il medico debba combattere la malattia con tutti i mezzi di cui dispone al fine di restituire la salute. Ma la salute, ce lo ricorda l’Organizzazione Mondiale della Sanità , non è semplice assenza di malattia, ma uno stato di completo benessere fisico, psichico e sociale. Già Platone, del resto, fa dire a Socrate, nel Fedro, che la salute è armonia tra le varie parti del corpo, del corpo con la mente e dell’uomo col mondo che lo circonda.
Non è un buon medico colui che si limita a curare le malattie del corpo senza curare anche la mente e senza favorire il ritorno della persona a vivere in armonia con l’ambiente in cui ha sempre vissuto.
Un buon medico è colui che sa curare le malattie che non guariscono, che sa guardare negli occhi il suo malato spiegandogli in maniera esauriente cos’è e come si comporta la sua malattia e come potrà influenzare la sua esistenza. Il malato sarà allora in grado di inquadrarla in un suo progetto di vita e farne addirittura una risorsa che contribuirà a dare un senso ed una direzione alla sua storia.
Quando poi all’orizzonte comincerà a profilarsi il Nulla, il medico dovrà essere in grado di parlare anche di morte, come evento necessario tanto quanto la nascita e che rientra nel grande disegno della Natura. Anzi nascita e morte devono essere tenute insieme da un filo conduttore che dia un significato alla nostra vita contemplando successi, insuccessi, ma anche la malattia e la fine di tutto. Come diceva Alcmeone di Crotone, discepolo di Pitagora, la morte sarà allora un compimento. “Per questo muoiono gli uomini che non sanno unire il principio con la fine”.
 
Aristotele ci ha spiegato che esistono 2 tipi di virtù intellettuale. La prima è la Sophía, la pure e semplice conoscenza. La seconda è la Phrónesis, virtù più complessa che ci permette di raggiungere un obiettivo che ci è stato affidato senza sovvertire le leggi naturali dell’armonia universale. È una virtù indispensabile per chi opera in ambienti pratici e di cui il medico non può fare a meno. 
È la cauta sapienza che gli deriva dalle sue conoscenze tecniche, ma anche da un’intelligenza complessiva della realtà e da un percorso di saggezza.
È la cauta sapienza che dà il titolo al libro che si oppone alla cultura del Golem, di chi crea mostri basandosi soltanto su una specifica competenza tecnica senza possedere un’intelligenza complessiva mentre esalta il percorso di saggezza intrapreso da Giacobbe che, da giovane ambizioso ed ingannatore, diventò saggio per aver visto e combattuto Dio.
Prometeo è il titano che ha regalato agli uomini due cose perché potessero progredire: il fuoco che ha consentito loro di praticare la Téchne ed il farmaco della speranza che non vede che ha nascosto ai lori occhi la morte. Chirone è un centauro immortale che, ferito da una freccia avvelenata, provando grande dolore e sofferenza, decide di morire donando la sua immortalità a Prometeo che nel frattempo l’aveva perduta.
Il medico, al contrario dell’uomo tecnologico impersonato dal mito di Prometeo, non può permettersi di ingerire il farmaco della speranza che non vede perché il suo mestiere è quello di guardare negli occhi la malattia e la morte. Il medico è, al pari di Chirone, un uomo ferito, un mortale che cura un altro mortale. La consapevolezza della morte è viatico imprescindibile per cercare di guarire i malati facendo riacquistare loro la salute perduta.

L’autore del libro è un medico infettivologo, ma anche uno studioso del metodo scientifico e di filosofia della medicina e non c’è dubbio che questi interessi collaterali lo abbiano aiutato nello scrivere un libro bellissimo ed affascinante che mi sento di raccomandare vivamente a tutti, ma soprattutto agli studenti di Medicina e ai giovani medici ancora permeabili a questi pensieri. Si accorgeranno di aver appreso molto di più dalla sua lettura di quanto non abbiano imparato in 6 anni di studi a volte inutili dove quasi nessuno dei cosiddetti Maestri ha mai parlato loro di certe cose e soprattutto in questo modo.
 

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