Fondazione Zoé

Malati terminali e scelte di fine vita: Napolitano richiama l’attenzione in Parlamento.

Il nostro Presidente, in una lettera all’Associazione Luca Coscioni, comparsa sui giornali il 19 marzo, promette di richiamare il Parlamento sull’esigenza di non eludere un sereno ed approfondito confronto di idee sulle condizioni di migliaia di malati terminali in Italia, ma anche di non ignorare il problema delle scelte di fine vita.
 

Partiamo dalla situazione dei malati terminali:

Nel nostro paese purtroppo è ancora deficitaria una cultura ed una pratica medica che riguarda la cura e l’accompagnamento di chi giunge alla fine della propria esistenza. Nel momento della terminalità dovrebbero essere messi in atto interventi medici, scientifici ed umani in grado di alleviare il dolore e la sofferenza tipici di queste situazioni. È la medicina palliativa, la cui qualità contraddistingue la civiltà di una Nazione, che prende il posto della medicina curativa quando appunto le possibilità di cura non ci sono più.
Ancorché in ritardo, non sarà difficile, anche in un Parlamento come il nostro, trovare un accordo su questo argomento facendo in modo di favorire la medicina sul territorio, la costruzione di Hospice, promuovendo e sostenendo la formazione di team di medici di varie specialità, psicologi, assistenti sociali, religiosi ed altre figure dedicate. Stiamo parlando di un argomento della massima importanza che può riguardare tutti noi. Viviamo in una società che tende ad allontanare ogni pensiero di malattia e di morte ed il singolo individuo, distratto da tante cose come carriera, affermazione, ricchezza, non si occupa della parte cruciale, più importante e che più lo metterà alla prova: il modo in cui lascerà questa terra.
Ma una cosa è parlare di malattia terminale, altro è parlare di scelte che la riguardano.

E veniamo così alla seconda raccomandazione del Presidente.

Ossia quella che ha allarmato il Governo di larghe intese e di ancor più larghi contrasti e messo in agitazione i cattolici dell’intero arco parlamentare. Per questi ultimi infatti il valore della vita è inalienabile in quanto dono di Dio e questo impedisce al credente di esprimere la propria volontà sulle scelte di fine vita. 

I laici invece, che ritengono di poter esercitare la loro autonomia nei confronti di ogni condizionamento ideologico, alcune domande se le pongono e cercano di darsi delle risposte: “La vita ci appartiene e possiamo quindi disporne nel modo che riteniamo più opportuno e qual è una vita degna di essere vissuta? Vogliamo continuare a vivere grazie ad una serie di tubi, sonde e cateteri infilati nel nostro corpo che provvedono artificialmente alla nostra respirazione, alla nostra alimentazione, alla nostra idratazione ed all’eliminazione delle scorie in totale balia di altre persone? Vogliamo noi continuare a vivere quando le nostre capacità mentali saranno irrimediabilmente compromesse al punto di perdere la capacità di interagire con l’ambiente che ci circonda? Vogliamo noi continuare a vivere quando la nostra dignità di essere umani è andata perduta?”.
Se la risposta a queste domande è: “No grazie, preferiamo morire” bisogna trarne le conseguenze e compilare un dettagliato Testamento Biologico (o dichiarazioni anticipate di trattamento) nella speranza che presto un apposito disegno di legge, che si attende da 20 anni, gli dia validità legale. In esso le persone esprimeranno la loro volontà e non si capisce in nome di che cosa qualcun altro si potrebbe arrogare il diritto di opporsi.
 
Oggi la medicina, ma direi piuttosto la tecnologia, che non sempre è progresso ma soltanto sviluppo, è in grado di farci sopravvivere a lungo, in determinate condizioni, ma è una vita senza speranza di recupero, utile soltanto a prolungare un’agonia. A questo atteggiamento, che rappresenta un vero e proprio accanimento terapeutico, ci si deve opporre. C’è qualcuno che pensa che il Presidente Israeliano Sharon, colpito da un’emorragia cerebrale devastante e senza possibilità di recupero alcuno, sarebbe stato felice di sapere che un’equipe di specialisti sarebbe stata in grado di conservarlo in una specie di bara per otto lunghi anni prima di dichiararlo ufficialmente morto?
Il silenzio su questi temi non trova più alcuna giustificazione anche se non sarà sufficiente una legge perché tutto funzioni. Sarà necessaria la collaborazione di medici che, abbandonata la loro autoreferenzialità, siano capaci di adottare il punto di vista altrui ritendo il paziente interamente responsabile delle sue scelte e della sua volontà liberamente espressa.

Diceva un anziano signore all’uscita del Comune dove si era recato a firmare un registro che raccoglieva le volontà di fine vita dei cittadini: “Speriamo ora che i medici non diventino tutti, anche in questo campo, obiettori di coscienza”.

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