Fondazione Zoé
La notevole diffusione delle medicine alternative (omeopatia, ayurveda, fitoterapia etc.) è un fenomeno in continua crescita, dovuto in parte al sovraccarico di informazioni che circolano attraverso il web e i social. Anche il clima new age di fine del secondo millennio ha fatto affiorare nuove esigenze esistenziali e spirituali,  legate più al mondo della magia che al pensiero razionale. 
 
Si può tracciare una sorta di identikit dei fruitori delle terapie alternative: si tratta di persone più attente e consapevoli della loro malattia, o comunque impegnate a migliorare il proprio stato generale di salute psico-fisica, spesso donne di livello socio-culturale medio-alto. Chi cura con la medicina alternativa è visto dai suoi pazienti come un interlocutore più comunicativo, più fiducioso e positivo, mentre la medicina moderna appare più tecnologica e specialistica forse all’inizio meno attenta all’ascolto del paziente. Il successo di queste terapie spesso sembra legato alla partecipazione attiva del paziente e all’attivazione di una sua energia personale più che al ricorso al farmaco. Una curiosità made in Italy: a Napoli c’è la più antica farmacia omeopatica che risale al 1896, a seguito dell’insediamento nella città, sotto il Regno di Ferdinando I di Borbone,  dei primi medici seguaci delle teorie di Samuel Hahnemann, fondatore della medicina omeopatica.
 
Sembra, ma è difficile avere dei dati certi, che negli Stati Uniti più del 40% della popolazione usi regolarmente rimedi naturali o alternativi mentre in Italia almeno 5 milioni di persone ricorrano a medicine non convenzionali. Nel Regno Unito la rapida crescita di queste terapie si riflette in una spesa annua, convertita in euro, di 6,5 miliardi.
 
Un interessante articolo apparso sul BMJ riporta un confronto head to head sull’utilità dei corsi specifici di medicina alternativa per gli studenti universitari della facoltà di medicina. Secondo il medico inglese Graeme Catto (presidente del College of Medicine Guy’s Hospital) i professionisti della salute dovrebbero conoscere queste terapie e indirizzare i pazienti in modo corretto a seconda della patologia. Sempre secondo Catto i buoni medici dovrebbero avere la flessibilità di cambiare la loro pratica alla luce delle nuove evidenze, aiutando il paziente a chiarire tutte le informazioni che riceve dai media e social per risolvere incertezze sugli effetti dei trattamenti, la possibilità di interazioni con i farmaci e gli effetti avversi. 

Lo studente di medicina Nick Cork e Gareth Wlliams, professore emerito di medicina, pur riconoscendo che la medicina basata sulla scienza sia ancora lontana dall’essere perfetta, osservano che pochissime terapie alternative hanno dimostrato una qualche efficacia e che le limitazioni di queste terapie siano scarsamente discusse in questi corsi. Si dichiarano perciò contrari  a questi corsi,  perché la formazione medica dovrebbe essere governata dal rigore scientifico, dovrebbe trattare solo di terapie che hanno dimostrato di essere sicure e efficaci. Inoltre vedono il rischio che studenti, che non hanno ancora acquisito una propria capacità critica di definire se una terapia è efficace e affidabile e che per la giovane età non sono ancora in grado di confrontarsi con i loro docenti, siano indottrinati all’utilizzo di queste terapie non convenzionali, non basate su evidenze scientifiche. 
 

Fonte: Catto, Cork, Williams, 2014. Per approfondimenti

 
Articolo nato dalla collaborazione tra la Fondazione Zoé e il CCF – Centro Studi di Comunicazione sul Farmaco dell’Università di Milano, per approfondire la letteratura in materia di Comunicazione della Salute. Vedi pagina Collaborazioni.

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