Fondazione Zoé

Lo smartphone ha cambiato il nostro modo di rapportarci con le cose, anche con la salute.

In questi giorni c’è una pubblicità sulle nuove “app” di iPhone, che permettono di tenere sotto controllo la propria fitness e alcuni parametri fisiologici (battito cardfaco, per esempio).
Esistono programmi e app che consentono di consultare il repertorio dei farmaci, e una infinità di altre che permettono di avere informazioni su malattie, cure, farmaci, nonché indicazioni su ospedali e cliniche. Insomma lo smartphone, che ha già cambiato il modo di fare gli acquisti e che ha creato nuove fonti di valutazione (avete presente anche recentemente la polemica su Trip Advisor?), sta invadendo anche il campo della “cura di sé”, dalla ginnastica alle diete, alla salute, ai farmaci, alle cure.

È un bene? Certamente sì, se si risolvono alcuni aspetti critici:

1) uno è senz’altro l’affidabilità delle fonti;
2) un altro è la capacità delle persone di filtrare le informazioni;
3) un terzo è il controllo che informazioni apparentemente spontanee e disinteressate in realtà siano manipolate (come si è sospettato per Trip Advisor, per esempio).

Ma la più delicata di tutte mi pare possa essere data dal fatto che quando si hanno problemi rilevanti (anche solo soggettivamente, per esempio l’acne per una adolescente) si ha un profondo bisogno di affidarsi a qualcuno piuttosto che fare da sé.

Fare da sé è autonomia e libertà, certo, ma è anche solitudine.

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