Fondazione Zoé

“Una lacrima mi ha salvato” è il titolo del libro su cui vorrei fare alcune riflessioni…

Ho sempre pensato che se mi fosse capitato un qualsiasi accidente passeggiando per le strade di una città come Strasburgo avrei comunque ricevuto, nell’occasione sfortunata, il massimo delle cure. È questa infatti una città famosa per la sua civiltà, sede permanente del Parlamento Europeo e di un importante Centro Universitario. E invece no! Leggendo l’avventura avvincente e drammatica capitata ad Angèle Lieby, autrice del libro “Una lacrima mi ha salvato“, si apprende con sorpresa che nel Reparto di Rianimazione dell’Ospedale di questa città si aggira uno strano medico, con l’aggravante, pare, di essere il primario, che, fuori luogo e fuori tempo, conversando con il marito e con la figlia della donna ricoverata in uno stato di coma apparente, parli dell’opportunità di staccare la spina (espressione di per sé odiosa) e, perché no, anche di procurarsi per tempo una bella bara fatta su misura nel negozio vicino.

 
Mi scuso per quanto segue, ma è bene precisare che vi sono sostanzialmente due modi per accertare l’avvenuta morte di una persona: 

1) Morte cardiaca accertata da un elettrocardiogramma (ECG) che documenti l’assenza di un’attività elettrica del cuore per la durata di 20 minuti. In questa situazione il sangue non arriva al cervello le cui cellule, in assenza di ossigeno, vanno rapidamente in necrosi.

2) Morte cerebrale che è quella che riguarda il racconto. L’accertamento è più complesso e si svolge su di una persona ventilata artificialmente, e quindi respirante, e di conseguenza con il cuore che ancora funziona. Ogniqualvolta che vi sia una segnalazione di morte cerebrale proveniente da un Reparto di Rianimazione si deve innanzitutto costituire una Commissione che esamini il paziente per due volte con un intervallo di sei ore. La Commissione deve essere costituita da un Medico Legale, da un Anestesista-Rianimatore e da un Neurologo esperto nella lettura di un elettroencefalografo. Le prove da ripetere due volte sono:
A) un elettroencefalogramma (EEG) da eseguire per 30 minuti col quale è possibile stabilire la mancata attività delle cellule cerebrali: EEG piatto.
B) l’evocazione dei riflessi del tronco dell’encefalo con l’assenza dei quali si determina la morte clinica (assenza dei riflessi oculo-motori, assenza del riflesso della deglutizione, assenza del riflesso della respirazione etc. etc.). Solo con la positività di queste prove la diagnosi di morte è certa e solo a questo punto si può pensare di disconnettere il paziente dal respiratore (da cui l’infelice espressione di staccare la spina) a cui seguirà rapidamente anche l’arresto cardiaco.
 
Tornando al nostro caso, non è mai arrivata da chicchessia e da nessun luogo una diagnosi di sospetta morte cerebrale e di conseguenza non è mai stata istituita una Commissione che eseguisse le prove fondamentali per accertarla. Pare addirittura che ben due elettroencefalogrammi eseguiti mostrassero ancora i segni di una certa attività elettrica delle cellule del cervello e infine, ma è forse la cosa più importante, nessuno aveva ancora capito da che malattia la povera Angèle fosse stata colpita. È buona regola prima di emettere una prognosi, soprattutto se infausta, accertare almeno la diagnosi. A diagnosi avvenuta infatti si saprà che la malattia può avere anche un decorso favorevole.
 
È davvero incredibile che le cose siano andate veramente come è raccontato nel libro e purtroppo in copertina e sul retro non si parla d’altro. “I medici stavano per staccare la spina, ma io sentivo tutto”, “Le labbra del medico si lasciano sfuggire con freddezza: bisogna pensare a staccare la spina”. Se fosse tutto vero non rimane da augurarsi che quel primario sia andato in pensione o, quanto meno, sia stato messo nelle condizioni di non nuocere.

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