Fondazione Zoé
Rivolgersi alla rete, per avere informazioni riguardo allo stato di salute personale e di coloro che ci sono vicini, è diventata un’abitudine, grazie alla diffusione di internet e grazie alla fruizione sempre più semplice del medium: se negli anni novanta circa dieci milioni di persone avevano accesso a internet, oggi si parla di due miliardi di utenti.

Questa fonte infinita di notizie ha però degli “effetti collaterali”, quali l’autodiagnosi, con tutte le conseguenze immaginabili: come la contestazione del parere ricevuto dai medici, valutato senza una competenza e l’adozione soluzioni “alternative” non validate scientificamente, tendenza che può anche compromettere la relazione medico-paziente. 

Negli anni si sono diffusi numerosi portali di divulgazione sulle varie patologie/aree terapeutiche che, purtroppo, non sono stati accompagnati dal crescere di una presa di coscienza sull’utilità di monitorarne l’attendibilità dei contenuti. Sul web è possibile trovare informazioni di ogni tipo. E la proliferazione esponenziale di blog e forum purtroppo spesso non corrisponde all’autorevolezza delle fonti e all’attenzione all’aspetto normativo. 

Di fronte a questo espandersi di dati sono sorti una serie di strumenti per valutare la qualità di un sito. Tra questi i più utilizzati sono HONcode, gli indicatori di Jama e DISCERN. HONcode nasce nel 1995 grazie alla fondazione Health on the Net. Il suo utilizzo è immediato: solo nel 2010 erano più di 7400 i siti certificati. Adottati sono anche gli indicatori di qualità di JAMA (Journal of Medical Association) definiti da Silberg, Director of Communications for the Patient-Centered Outcomes Research Institute (USA)  nel 1997, come una serie di criteri per valutare la salute sul web.  
Oggi quasi alla fine del 2014, il rapporto del Censis (2012) sull’evoluzione dei consumi mediatici in Italia segnala l’inizio dell’era biomediatica, dove l’utente diventa media di se stesso. La relazione parla di un notevole sviluppo di internet sia per numero di utilizzatori sia per le sue applicazioni: si assiste all’evoluzione della rete nella declinazione del Web 2.0 e nella crescita esponenziale dei social network. Internet è il medium con il massimo tasso d’incremento tra il 2011 e il 2012. Nel 2002 le persone che utilizzavano come dieta mediatica televisione e radio erano il 46,6% del totale mentre i web surfers il 17,1%, in dieci anni la situazione si è rovesciata: questi ultimi sono saliti al 55,5% e i primi sono scesi al 25,2%. Certo non è cambiato l’interesse per l’informazione, ma sono cambiate le modalità per cercare l’informazione stessa.

La crisi dei media tradizionali e la comparsa di nuovi strumenti informativi introducono rapidi cambiamenti anche nel consumo e nella produzione di notizie. Il giornalismo del futuro sarà sempre più dipendente e promotore di contributi da parte di cittadini reporter. Il citizen journalism si sta sviluppando sempre di più dove l’utente non è solo consumatore ma anche produttore di contenuti, creando la figura del prosumer (producer e consumer). Social media come You tube, Facebook, Twitter sono ormai considerati produttori di notizie dove diventa sempre più importante non tanto chi informa ma come informa. Molti sono i rischi dell’informazione di qualità in un’epoca di rivoluzione digitale (sharing economy) economia della condivisione che fa saltare i vecchi sistemi di chi produce la notizia e chi la consuma. È evidente la particolare sensibilità degli argomenti di salute e l’impatto sul pubblico. Evitare sensazionalismi e false aspettative è un requisito fondamentale, come il rispetto del dualismo salute/malattia.  
 

Il 32,4% dei web surfers cerca informazioni sulla salute e tra questi il 90,4% effettua ricerche su specifiche patologie, mentre il 13,9% frequenta chat forum e web community dedicate ai temi sanitari per lo scambio di informazioni ed esperienze. Quando si presenta un problema di salute, l’interesse si concentra molto sulla conoscenza della patologia il che testimonia una crescente responsabilità individuale e maggior partecipazione del singolo al processo diagnostico e terapeutico. Degli internauti che sfruttano la rete per motivi sanitari il 97% utilizza i motori di ricerca come Google, mentre il 35% utilizza i social network.

Questa diffusione irrefrenabile del web porta a un moltiplicarsi delle fonti che purtroppo contribuiscono a un abbassamento della qualità dell’informazione. A volte i contenuti possono risultare sempre meno accurati o scelti secondo criteri disgiunti dalla logica di fornire un servizio all’utente. Data la velocità con cui la tecnologia avanza è necessario guardare criticamente ciò che leggiamo per non perdere l’obiettivo finale di qualità e sicurezza per il pubblico generale. 
 

Fonte: Fahy, 2014. 

 
Articolo nato dalla collaborazione tra la Fondazione Zoé e il CCF – Centro Studi di Comunicazione sul Farmaco dell’Università di Milano, per approfondire la letteratura in materia di Comunicazione della Salute. Vedi pagina Collaborazioni.

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