Fondazione Zoé

“Il CUAMM, chi era costui?” verrebbe da dire, parafrasando la celebre citazione manzoniana.

Il CUAMM (Collegio Universitario degli Aspiranti e Medici Missionari) nasce a Padova nel dicembre del 1950. È un’organizzazione non governativa, e pertanto efficiente, con la missione di promuovere e tutelare la salute delle popolazioni africane, in particolar modo di quelle che vivono ai margini, un’esistenza minacciata dalle malattie e dalle continue guerre tribali. Il mitico Don Luigi si incarica di volta in volta, con una semplice telefonata, di scegliere le persone che ritiene più adatte per andare nell’Africa sub-Sahariana a svolgere un compito sempre difficile ed a volte rischioso.

L’attività del CUAMM è descritta in maniera minuziosa ed avvincente da Paolo Rumiz, nel suo libro Il bene ostinato, in cui intervista vari personaggi e diventa lui stesso viaggiatore per seguire i missionari in quelle terre lontane, in modo tale da poterli osservare direttamente nello svolgimento del loro compito, vivendo con loro le stesse emozioni.
 
A noi occidentali queste persone che non esitano a lasciare l’Italia, portandosi dietro anche la loro famiglia per trapiantarsi in contesti disagiati e pericolosi, appaiono singolari, se non stravaganti e vorremmo capire qual è il motivo, la spinta che li rende così determinati. La risposta la forniscono i diretti interessati con semplicità e chiarezza. Quando ascoltiamo un turista che è stato in Africa rimaniamo affascinati dal racconto di paesaggi inondati di luce, di spazi sterminati, di silenzi, di profumi e di tramonti infuocati e pensiamo di aver capito cos’è il ‘Mal d’Africa’. Ma non è così! Lo spiega molto bene Rita, infermiera professionale: “Queste sensazioni si possono provare visitando la Sicilia. Il Mal d’Africa è qualcosa di più profondo e duraturo. È aver salvato qualcuno che sarebbe morto se non ci fossi stata tu. È sentirsi indispensabili ed importanti”. Ed il marito pediatra aggiunge: “A chi mi chiede: e se muori? Io rispondo che è meglio morire in Uganda o in Mozambico che su un campo da tennis di Modena o di Carpi”. È una spiegazione che da un lato ci fa sentire inutili e quindi infelici, ma dall’altro ci chiarisce qual è “il grimaldello che fa saltare i chiavistelli della resistenza e della prudenza dettate dal senso comune”. Sentirsi indispensabili quindi per conferire significato e valore alla propria esistenza, sentirsi utili portando a chi ne ha bisogno professionalità, equilibrio e tenacia. Tutto questo conta ancor più della Fede che questa gente dimostra comunque di possedere in quantità industriali.
 
 
Un’altra cosa ci sorprende, anche se non richiede particolari spiegazioni. Questi missionari il disagio, un vero e proprio shock, lo provano non all’andata, ma al ritorno in Patria. Dice la pediatra Marina: “Veniamo da un mondo di poverissimi col sorriso e ci ritroviamo in una società di ricchi depressi, tremendamente soli e con pochi bambini intorno”. Il CUAMM è fatto di persone che vanno e restano sul posto fin quando gli indigeni, opportunamente istruiti e resi capaci, siano in grado di procedere con le loro forze alla conservazione ed al miglioramento delle opere intraprese: ospedali, scuole, università, assistenza sul territorio, ponti, strade etc. “Il nostro scopo” dice Don Dante, “è fare in modo che possano fare a meno di noi”. È questa la differenza con tutte le organizzazioni “mordi e fuggi” capaci solo di costruire cattedrali nel deserto.
Questi sforzi sono stati coronati da successo in molte situazioni all’inizio drammatiche, un successo ovviamente parziale, ma ottenuto nella quasi totale assenza di aiuti dai vari paesi dell’occidente, compreso il nostro.
 
Il CUAMM è un’organizzazione silenziosa, riservata, poco pubblicizzata e in definitiva poco conosciuta. Se oggi se ne parla è perché c’è l’Ebola, infezione virale che, come l’acqua di un fiume carsico, scompare e riappare per seminare morte tra le popolazioni africane ed il CUAMM è ancora una volta in prima linea per cercare di portare aiuto alle popolazioni colpite ed arginare il diffondersi della malattia. La novità sta nel fatto che questa volta l’infezione minaccia di superare i confini dell’Africa per arrivare in casa nostra ed in questa situazione scatta la cosiddetta solidarietà occidentale. Pochi si preoccupano delle migliaia di persone che muoiono in Nigeria, in Angola o nel Mozambico, l’importante per i vari Ministeri degli Esteri e della Sanità è che la malattia non arrivi in Europa. La vera solidarietà nei confronti dell’Africa non si è mai manifestata in passato, né si manifesta oggi per le centinaia di migliaia di donne che ogni giorno muoiono di parto o per i milioni di bambini uccisi dalla malaria e dalla tubercolosi, dove a volte si muore semplicemente perché l’ospedale è troppo lontano o difficile da raggiungere.

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