Fondazione Zoé

Riconoscere l’altro come soggetto incondizionato: questa la chiave per la cura del senescente.

Dell’etica della senescenza nel secondo senso (genitivo oggettivo), cioè come cura del senescente, il tratto fondamentale non può che essere che il principio generale dell’etica, ossia il riconoscimento dell’altro come una soggettività incondizionata e quindi come un fine in sé . Qui il principio generale è reso, però, particolarmente emergente, perché il senescente è una persona in certo modo nascosta nel suo splendore per via del declino del suo corpo e, a volte, delle sue facoltà psichiche. Non solo persona nascosta (questo lo si potrebbe dire anche del bambino), ma anche persona sovente deteriorata o addirittura devastata dalla vita (da una brutta vita vissuta). Trattarlo come persona in pienezza, quali che siano le sue possibilità di esercitare di fatto le potenzialità di un essere umano, diventa allora un compito etico fortemente impegnativo, perché esige l’oltrepassamento dell’immediatezza dell’esperienza d’un contatto faticoso e anche, qualche volta, particolarmente sgradevole.

Corollari di questo principio fondamentale possono essere i seguenti:

a) in primo luogo, il dovere di una certa surrogazione delle impotenze del senescente in relazione ai suoi legittimi desideri. Certo non è possibile ridare ad un senescente tutto quello che egli chiede alla vita. A volte egli vuole essere come risarcito della propria senescenza e assilla chi gli sta d’attorno con richieste continue e irrealistiche, quando non pretestuose. Eppure, egli ha diritto alla nostra attenzione perché portatore di desideri “legittimi”. Per esempio, egli ha diritto ad essere nutrito e pulito e vestito con decoro e con quella speciale attenzione che si richiede quando ci si approssima all’intimità di una persona. Egli ha diritto alle forme comuni della vita spirituale e culturale. Egli ha diritto a conservare delle relazioni umane gratificanti. E così via; 
 
b) in secondo luogo, il dovere delle cure terapeutiche, quando necessarie. Un senescente è spesso soggetto a malanni. Qualche volta le sue condizioni sono cronicizzate. In casi particolari, il bisogno di cure intensive rende molto onerosa l’assistenza, tanto che il singolo parente e/o il singolo operatore non possono provvedere in modo continuo ed efficace. Il riferimento alle risorse della collettività diventa allora ineludibile. Ma deve essere sempre un riferimento competente, discreto e amorevole. Il principio generale della relazione di riconoscimento vale qui ad esorcizzare le forme oggettivanti della cura, purtroppo tutt’altro che rare in ambienti istituzionali o pubblici. Specie nelle condizioni di malattia, non si può e non si deve trattare un senescente come una sorta di “cosa”, da manipolare a piacere;

c) in terzo luogo, l’agevolazione della coltivazione delle relazioni personali. La cura del corpo e anche la cura dell’anima esigono il rapporto ad altri come relazione fondativa dell’esistenza. Ne abbiamo ragionato lungo nella prima parte di questo scritto. Ma è triste registrare l’insensibilità di molti responsabili della cura dei senescenti rispetto a questa esigenza primaria. Sembra quasi che le relazioni umane siano per i senescenti un lusso, mentre è vero esattamente l’opposto. Un senescente può anche rinunciare a molte cose, ma non può rinunciare agli stimoli che provengono dalle molteplici relazioni umane, perché questi stimoli sono il nostro nutrimento più profondo e più importante. Per questo è molto vero che l’ideale conduzione di vita della senescenza è quella organizzata nella famiglia, nel tessuto sociale abituale, accanto ai bambini, ai giovani e alle persone adulte. Perciò, ogni forma di isolamento del senescente è, in realtà, una sorta di sua simbolica esecuzione capitale. Perciò, ogni intervento di accudimento dovrebbe essere prima di tutto veicolo d’una gratificante relazione interpersonale (specie la somministrazione del cibo, le cure mediche, la pulizia personale, la manipolazione corporea);  

d) in quarto luogo, l’accompagnamento alla morte. Questo è il compito più delicato per chi è responsabile d’una vita senescente. I conti col morire sono, infatti, per il senescente (ma poi per ogni uomo) quelli più duri e drammatici. Rispetto alla morte tutte le paure e le angosce si attivano, e l’esistenza è come squassata dalla sforzo di far fronte al massimamente temibile. Diffusa è la fuga dai fantasmi di morte da parte dei morenti; ma ancor più larga è la fuga da tali fantasmi da parte di dovrebbe accompagnare a morire. Nella morte dell’altro, infatti, sono anch’io visitato dalla morte. E avverto l’insopportabilità dell’incontro. Nella mia fuga, però, ossia mentre fuggo dalla morte dell’altro, fuggo anche dalla mia  morte. Così, proprio quando vorrei salvare in qualche modo il mio diritto all’esistenza e la mia umanità, finisco per negare non solo l’umanità del morente, ma anche la mia.

In verità, ciò che io nego nel morente, abbandonandolo, è ciò che vi è di più profondo in me. Per questo il dovere di accompagnare un altro alla morte è sacro. E sono io, a lui vicino e meno esposto di lui davanti alla morte, che devo testimoniare come un uomo si atteggia di fronte al trapasso, se vuole salvaguardare la propria umanità. In fondo, accompagnare qualcuno a morire significa testimoniare per l’altro che la nostra umanità è più forte della morte, che ognuno di noi è da sempre al di là della vita fisica e quindi anche del suo finire. E’ di questa indicazione che il morente ha bisogno, perché sconvolto e reso fragile dalla paura. Questa indicazione, poi, è il grembo in cui il morente può rifugiarsi, quella che gli può dare la forza d’abbandonarsi al sonno della vita.

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