Fondazione Zoé

La mia riflessione e la mia reazione sull’attentato del 7 gennaio a Charlie Hebdo in Francia.

I fatti di Parigi hanno scosso tutti. I media ci hanno bombardato compiacendosi spesso durante la cronaca in tempo reale di continuare a ripetere le stesse cose anche in assenza di veri nuovi fatti: come se rievocare continuamente la drammaticità di quanto avveniva potesse da un lato far crescere l’audience e dall’altro assorbire l’urto emotivo.

Tra tante riflessioni e reazioni mi permetto di esprimerne una che è sorta quasi inconsapevolmente nelle mie personali reazioni all’evento, e che nasce dalla domanda: “ma tutto questo parlare, analizzare, cercare di capire, distinguere… questo passare dalla cruda realtà di una serie di assassinii ai grandi temi dello scontro – da evitare, assolutamente, si ripetono – di civiltà… questo dissolvere in parole e parole la densità del concreto di quanto effettivamente accade, a cosa serve?”. Insomma, noi siamo abituati a reagire alla azioni e ai fatti con le parole, perché siamo abituati a pensare più che ad agire, nella convinzione che riflettere, comprendere, spiegare, discutere, sia un valore assoluto e primario.

È possibile che invece sia necessario qualche volta agire, o anche reagire? È possibile che tanto parlare, invece che portare a decisioni sagge, ci blocchi e ci lasci nell’impotenza? È possibile che questo parlarci addosso continuamente non sia la cosa migliore, se il parlare sostituisce il decidere e l’agire anziché orientarlo bene?

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