Fondazione Zoé

Per migliorare la comunicazione tra medico e paziente, puntiamo ai medici del futuro…

“Hello my name is” è il recente hashtag lanciato in Inghilterra da Kate Granger, una dottoressa ammalata di cancro, stanca di incontrare colleghi che, non solo non le dicevano come si chiamavano, ma non la guardavano neanche negli occhi quando dovevano darle brutte notizie. È un pressante invito ai medici di presentarsi al paziente dicendo il proprio nome e cognome e la branca della Medicina nella quale sono esperti in modo da rendere più umano il rapporto, non solo una formalità, ma una questione di buona educazione.
 
Questa iniziativa è stata adottata con entusiasmo anche dai Responsabili di Slow Medicine, il movimento che propone cure “sobrie, rispettose e giuste”. Presentarsi è sobrio perché facilita l’individuazione del professionista, riduce i malintesi e consente a pazienti e familiari di fare le richieste giuste alle persone giuste. Presentarsi è rispettoso perché segnala attenzione nei confronti del malato e disponibilità ad una relazione tra persone. Presentarsi è giusto perché uno dei diritti fondamentali di ciascuno è sentirsi ascoltato e riconosciuto nei rapporti interpersonali.
Un’altra raccomandazione arriva in questi giorni ai medici da parte di un illustre chirurgo, il Prof. Umberto Veronesi, che dice: “Curate l’anima se volete curare anche il corpo” e anche sull’Area Scientifica della nostra Fondazione compare un articolo sul tema del rapporto medico­‐paziente sulla sua asimmetria e sul come aggirarla. È un’esperienza di Ricercatori del Center Innovation in Care di Rotterdam in collaborazione col Dipartimento di Medicina e Salute Pubblica di Verona.
 
Cosa hanno in comune queste lodevoli iniziative al di là dell’attualità del tema? Il bersaglio scelto, che è il medico, costantemente sollecitato ad un comportamento più appropriato. Ma costui, nella grande maggioranza, non riconosce la crisi del rapporto col malato o, quanto meno, non se ne ritiene personalmente responsabile. Pensa inoltre che al paziente non interessi tanto la partecipazione del medico ai suoi guai quanto gli interessi invece guarire. Il medico, in definitiva, non è più disposto ormai a cambiare i suoi comportamenti e costantemente diserta i convegni che trattano l’argomento, affollati invece da studenti, malati e gente comune.

Il bersaglio allora si rivela sbagliato, non è più il medico che deve essere preso di mira, ma colui che in futuro, forse, lo diventerà. Il riferimento è alle scuole, Istituzioni appositamente create non solo per istruire, ma anche per educare prima i bambini e poi le persone in via di crescita e come tali ancora suscettibili di modifiche nei comportamenti intellettuali e pratici. Un insegnante che voglia anche essere educatore, qualsiasi materia insegni, dovrebbe costantemente ricordare, con un’infinità di esempi, per far si che certi concetti rimangano impressi in modo indelebile nella mente di ogni alunno, che un essere umano è soprattutto “un essere per gli altri” e che solo essendo da altri riconosciuto può trovare un senso alla propria esistenza. Questa sua “alterità” lo porta inevitabilmente a contrarre relazioni che sono tali se contengono quegli elementi di paritarietà e reciprocità che il termine implica. Dovrà essere così non solo per le relazioni amicali e per le relazioni di coppia, ma anche per qualsiasi rapporto che voglia conservare queste caratteristiche. Così in fine sarà anche per la relazione tra medico e malato. Le Università, in particolare quella di Medicina, avranno l’obbligo di insistere su questi principi che sono alla base dell’umana convivenza e dare loro il giusto peso anno dopo anno e nella valutazione finale dello studente.

Alla fine di questo percorso avremo forse un buon medico, sicuramente migliore di quello che ci consegnano gli assurdi test attitudinali che qualsiasi studente deve superare per essere ammesso alla Facoltà.

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