Fondazione Zoé
La sensibilità comune è stata negli ultimi anni richiamata a focalizzarsi sulla scuola e su quelle persone che la scuola dovrebbe aiutare a crescere “bene”, vale a dire gli studenti, ovvero le persone giovani nella loro fase iniziale di “studenti”. È un tema che vede anche coinvolto un discorso economico e politico (si pensi per esempio allo stato di degrado edilizio degli edifici scolastici, al progetto “buona scuola”, al disagio sindacale per la politica di assunzioni e di selezione del merito e così via), che ha abbandonato le polemiche ideologiche dei decenni precedenti sull’autoritarismo e sulla ideologia (di “sinistra” o “di destra”) della docenza o sul rapporto tra scuola pubblica e scuola privata. Ma il fulcro delle preoccupazioni dei genitori e degli educatori sembra essersi spostato su aspetti più vicini ad ansie concrete e personali a taglio più psico-sociale che politico o ideologico o anche economico.

Ciò che più agita il vissuto dei genitori sembra oggi costituito piuttosto da fenomeni quali il maltrattamento di bambini piccoli da parte dei loro insegnanti (ma esiste anche il problema del maltrattamento in famiglia, di cui si parla meno), il bullismo dei compagni, la diffusione della droga anche negli ambienti scolastici, e poi le sindromi di rifiuto della scuola, di depressione o introversione giovanile, di ansia da prestazione e di disagio forte ma indefinito nelle cause verso l’esperienza scolare da parte degli “studenti”.

Questo versante più soggettivo, psicologico, emotivo è quello cui cerchiamo di portare ora l’attenzione. È evidente che, proprio perché si tratta di un versante a forte risvolto relazionale e psicologico ogni disagio va ricostruito nel suo percorso individuale, dentro il reticolo di esperienze e di biografia e di personalità irripetibile e non generalizzabili, così come ogni percorso di cura dovrà farsi carico di un’attenzione individualizzata. Tuttavia crediamo non impossibile individuare alcune derive dello sfondo socio-culturale da cui queste dinamiche psicologiche traggono alimento e senso. La concisione che il contesto esige mi legittima a farlo in modo rozzamente assertivo, ma credo che molti dei processi che elencherò siano ben noti, anche se forse non sempre associati all’argomento da cui abbiamo preso le mosse.
 
1. La generazione “Z” degli attuali ragazzi e adolescenti è una generazione che sperimenta una frattura cognitiva rispetto a quelle che la hanno preceduta. L’abitudine all’uso di mezzi digitali, la familiarità con mondi simulati e vicari, la carenza di abitudine al linguaggio letto e scritto articolato in modo sintatticamente evoluto a favore di una grande familiarità con codici iconici e analogici creano una forma di pensiero radicalmente diversa dalla nostra. In cui il “controllo cognitivo” delle proprie emozioni e la costruzione “coerente” di un’immagine di sé non è più la via maestra nella costruzione del proprio senso del sé.
 
2. La generazione “Z” vive una esperienza di crescita entro una relazione che non li mette più al centro degli interessi e delle preoccupazioni dei loro genitori. Sia per l’instabilità del regime di coppia e delle modalità genitoriali, sia perché la coppia è formata oggi da persone che hanno al centro la propria autorealizzazione e in cui il figlio si deve inserire come elemento finalizzato a questo scopo e non come sacrificio di sé. L’intervento dei nonni riesce spesso a mediare questo conflitto di priorità ma è una soluzione temporanea. 
 
3. Paradossalmente (rispetto al punto precedente) la nostra cultura ha prodotto una iper-idealizzazione del bambino e del giovane: l’ideale di ognuno di noi, spesso con accenti consumistici, è l’essere giovani per sempre. E così mente non riusciamo più a sacrificarci più che tanto per i figli li vediamo e li sovraccarichiamo di aspettative eccessive. Proiettando in loro l’ansia di non sprecare nessuna opportunità vogliamo che acquisiscano subito tutte le competenze possibili, sviluppino tutti gli asspetti fisici e mentali possibili…decretando il successo di palestre e scuole di danza o piscine o insegnamento precoce delle lingue o dell’uso del computer ma rimanendo carenti nell’unico elemento davvero centrale per questi esseri: l’esperienza di un’accettazione senza condizioni e aperta all’ascolto dei loro bisogni, della loro domanda di affetto e disponibilità.
 
4. Questa carenza cerca saturazione nel rapporto con il gruppo dei pari che assume così oggi una rilevanza inusitata. Il gruppo dei pari, sia reale sia virtuale nella rete, è il vero laboratorio simulativo di identità possibili attraverso una complicità che aiuta ma che abitua anche a violare continuamente le condizioni di realtà.
 
5. Tutto questo accade in un contesto di consumismo che allena fin dalla più tenera età i bambini a ritenere che la felicità, l’appagamento dei desideri, è lì a portata di mano: basta comprare quella tal cosa o esperienza. E per i giovani preadolescenti o adolescenti il messaggio ossessionante è che la vita deve essere ogni giorno piena di excitement, di scoperta, di brivido, di gioco nuovo…
 
Credo possano bastare questi richiami per comprendere come la condizione infantile e giovanile sia carica di tensioni affettive non sorrette né da un adeguato supporto relazionale, né da un’adeguata capacità cognitiva di autocontrollo né da un tessuto valoriale e di senso capace di comporre l’esigenza di felicità qui e subito con l’inevitabile dilazione dell’appagamento dei propri desideri imposta dalla realtà. In questo contesto il sovraccarico emotivo si scarica nella relazione scolare con i compagni e con gli insegnanti, triangolando i genitori spesso obbligati a interessarsi così di più dei loro figli grazie proprio ai disagi che questi manifestano. Non ci sono primariamente “colpe” o “difetti” personali: in primo luogo c’è uno sfondo da comprendere ed entro cui individuare, senza inutili fughe all’indietro, un nuovo contratto educativo e intergenerazionale. Non possiamo non intervenire sui “casi” in modo individuale, ma dobbiamo anche comprendere che è come cittadini e come persone che abitano una certa cultura che dobbiamo riprendere in mano il senso delle cose. Altrimenti continueremo, anche eroicamente, a mettere toppe provvisorie senza impedire che quelle patologie sociali e psicologiche continuino a riprodursi.

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