Fondazione Zoé
Impariamo a guardare agli animali come ad esseri che hanno molto in comune con noi.

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Sgombrato il campo da un facile “animalismo”, che spesso sta nascosto tra le pieghe di altre etichette (biologismo, naturalismo, riduzionismo, orientalismo, ecologia profonda e simili), bisogna imparare a guardare agli animali come ad esseri che hanno in comune con noi molta parte delle nostre forme di vita. Essi hanno un corpo vivente organico come noi, desiderano come noi, hanno come noi bisogni vitali, hanno relazioni emotive di grande significato, soffrono il dolore e assaporano il piacere come noi, hanno vita di relazione come noi. In breve, sono a noi analoghi. Ciò importa che noi possiamo usare – per analogia – , come del resto facciamo tutti i giorni, espressioni che in senso proprio appartengono solo agli umani. Diciamo che un cane è nostro “amico”, che il gatto “la sa lunga”, che l’asino è paziente, che il cavallo è generoso, che il delfino “ha capito” e così via. Analoghi a noi gli animali, ma non identici. Quel che di loro diciamo, anche se usiamo per comodità le stesse parole, non è lo stesso di quello che possiamo dire degli esseri umani, proprio perché gli animali non hanno il logos come forma, che trasforma (dà altra forma) l’animalità in umanità. Lo sguardo di un animale non sarà mai lo sguardo di un bambino.

 
L’elevazione sulla vita semplicemente animale, che il logos a noi assicura, stabilisce anche l’obbligo per noi della cura della vita animale. Noi abbiamo, detto in altri termini, dei doveri verso il mondo animale, anche se gli animali non hanno veri e propri diritti da rivendicare nei nostri confronti (checché ne dica certa letteratura, specie di area anglosassone). Soggetto di diritto (in senso generale) è un essere che sta come fine in sé. Ma per stare come fine in sé, bisogna poter rivendicare una qualche infinità. Ciò che è semplicemente finito, è sempre oltrepassabile, ossia può sempre valere come “medio” (come mezzo) rispetto ad altro. Ora, solo il logos umano, nella sua infinita apertura relazionale, può valere come fine in sé. Un animale non ha logos e non può essere fine in sé. Può dunque essere anche usato come mezzo (medio), se il bene degli umani ragionevolmente lo richiede.
 
Gli esseri umani sanno dell’animalità (sono anche animali), mentre l’animale del logos, e quindi degli umani in quanto tali, non sa nulla. Gli esseri umani sanno dunque della destinazione della vita animale e di come essa faccia parte dell’ordine delle cose di natura. Ma della natura noi dobbiamo avere cura responsabile, perché siamo anche natura. Cura si ha per qualcosa che dipende in qualche modo da noi, almeno quanto al rapporto di cura. Dipende da noi o qualcosa che ci appartiene o qualcosa che ci è stato affidato. Noi curiamo il nostro corpo, curiamo i malati, curiamo i figli, curiamo le nostre sostanze ecc. Noi, in generale, abbiamo cura per chi o per che cosa non è in grado di aver cura di sé; e, in modo altrettanto generale, non può aver cura di sé chi o cosa non sa di sé e dunque non può essere padrone di sé. Quando uno è padrone di sé, non è in cura; tutt’al più si cura, nel senso che una sua parte cura l’altra. Ora, la natura animale non sa di sé o sa di sé solo presso un essere umano. Certo, si dirà che anche gli animali in qualche modo si curano e in qualche modo curano la natura. Ma si deve concedere che essi lo fanno solo per istinto, ossia in un modo che non implica né la forma della padronanza di sé, né la forma della responsabilità.

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