Fondazione Zoé
Philip Pizzo, oncologo dell’Università di Stanford in California, in un breve articolo pubblicato su Annals of Internal Medicine, si ferma a riflettere sulla sua professione guardando “The Doctor”, un famoso quadro, esposto per la prima volta nel 1891 a Londra, che ritrae un momento purtroppo naturale di un medico a fianco del letto di un bambino in fin di vita e sullo sfondo i genitori disperati.
Il dipinto nasce da un tragico episodio: Luke Fildes l’autore, aveva visto morire il suo bambino perché affetto da una malattia incurabile ed era rimasto particolarmente commosso dall’umanità e attenzione del medico, che, pur consapevole della sua impotenza di fronte alla morte del piccolo, rimaneva accanto a lui osservando ogni suo respiro e senza lasciare i genitori soli di fronte a una sorte ormai segnata.
Per Pizzo il dipinto raffigura con chiarezza sensibile i profondi sentimenti di compassione, cura e preoccupazione del professionista che sa andare oltre la realtà del corpo e penetra anche nel vissuto del malato. Un oncologo pediatrico è molto coinvolto emotivamente di fronte alla perdita di ogni paziente e alla tragedia della famiglia, ma come scienziato deve concentrarsi solo sulla malattia e pensare in modo razionale ai possibili esiti.  
 
Recentemente The Institute of Medicine (IOM) ha convocato un gruppo di esperti per stilare un rapporto intitolato “Dying in America” con l’obiettivo di migliorare la qualità delle terapie per i pazienti con una patologia ormai incurabile, per avvicinarsi alla fine senza perdere la dignità e senza soffrire inutilmente. Le cure palliative, secondo la definizione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), si occupano in maniera attiva e totale di chi è colpito da una malattia che non risponde più a trattamenti specifici e la cui diretta evoluzione è la morte. È dimostrato che queste cure migliorano la qualità della vita e l’umore, la gestione dei sintomi e, in alcuni casi, prolungano il tempo di vita dei malati oncologici. 

Comunicare al malato il suo stato di salute è il passaggio più difficile. La mancanza di comunicazione riguardo le decisioni di fine vita fra paziente, famiglia e medico resta una delle barriere più serie e spesso si teme che la prognosi abbia un impatto troppo negativo. Gli sforzi per affrontare queste barriere sono tuttora in corso e molti sono evidenziati nella relazione dello IOM come per esempio una serie di iniziative volte a specialisti su come comunicare efficacemente con i pazienti gravemente malati. Tali programmi comprendono: OncoTalk per oncologi, GeriTalk per geriatri, NephroTalk per specialisti renali, IntensiveTalk per gli esperti di terapia intensiva e programmi di formazione specifica. 
 
Viviamo in un’epoca in cui vi è una tendenza scientifica a cercare di analizzare e formalizzare il funzionamento dell’organismo come se fosse una macchina. Non bisogna però generalizzare: questa robotizzazione del corpo umano accanto ai progressi scientifici e tecnologici porta spesso alla perdita di una visione integrale dell’uomo e quindi a una frammentazione dell’arte medica in tanti settori specialistici mentre il malato cerca nel proprio medico non solo un rimedio al dolore, ma anche un compagno capace di condividere la sua sofferenza. 
 
Per approfondimenti: 
– Graham J.,  “IOM Report Calls for Transformation of End-of-Life-Care”, Jama, 2014
– Pizzo P. A., “The Doctor: For Life and at the End of Life”, Annals of Internal Medicine, 2014

 
Articolo nato dalla collaborazione tra la Fondazione Zoé e il CCF – Centro Studi di Comunicazione sul Farmaco dell’Università di Milano, per approfondire la letteratura in materia di Comunicazione della Salute. Vedi pagina Collaborazioni.
 

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