Fondazione Zoé

I Servizi Sanitari Nazionali sono in forte crisi in tutti i paesi a causa delle difficoltà economiche.

Non è qui il caso di discutere sulle ragioni ultime di questa crisi che nasce dalla logica economica neocapitalista né di considerare utopiche possibilità di una rivoluzione del sistema economico-finanziario (benché da qualche parte si cominci a pensare seriamente a turbolenze da cui nascerebbe un vero cambiamento). Assumendo che il “sistema”, al di là di qualche probabile correttivo, continui a funzionare come negli scorsi decenni, quale futuro attende la “Sanità” italiana? Azzardando una ipotesi di scenario proviamo a delineare i punti culturali e organizzativi che da una meta analisi di studi ricerche e riflessioni italiane e non sembrano emergere in modo convergente.
 

1. La scomparsa della visione della sanità come “assistenza” erogata dall’alto come parte fondamentale del contratto sociale. Ciò accadrà per la convergenza di tre fattori: il “vuoto di cassa” dello Stato, la crescita dello spirito del “fai da te” nelle persone nell’area del benessere, l’evoluzione delle tecnologie “user friendly” personalizzate. Sul primo fattore c’è ben poco da dire: al di là delle ruberie e degli sprechi la dinamica economica non consentirà più di allocare a livello centrale le risorse che a questo capitolo di spesa erano allocate nei decenni del secondo dopoguerra negli stati europei di ispirazione socialdemocratica. Il secondo fattore è invece più complesso da decifrare nei suoi molteplici risvolti: per un verso si tratta della naturale crescita dello spirito di autogestione che garantisce il massimo di personalizzazione della cura di sé in tutti i suoi aspetti (che vanno assai oltre il “sanitario” classicamente inteso), ma per altro verso è qui in ballo la preziosità del sé e del proprio benessere e quindi la forte richiesta di tutela di un diritto e l’ansia di compromettere il proprio capitale-benessere. Il che determina, particolarmente nella cultura materno-assistenziale italica, una instabilità tra autonomia e dipendenza in un curioso mix tra il ricorso ad internet ma anche alle reti di conoscenze personali che possono garantire adeguati ricoveri e cure. Il terzo fattore gioca e giocherà sempre più un ruolo decisivo da un lato nel mettere a disposizione risorse e conoscenze per l’autogestione e dall’altro per alimentare una rete capace di connettere efficacemente tra loro i diversi attori della “impresa salute”: dai medici di famiglia alle ASL alle cattedrali ospedaliere alle farmacie… In ogni caso l’idea di una assistenza onnipresente e calata dall’alto è destinata all’estinzione, e per il caso italiano questo passaggio costituirà anche una evoluzione culturale che chi si occupa di sanità-benessere-cittadinanza dovrà avere ben cura di comprendere e di “educare” verso un nuovo equilibrio di pubblico-privato e di individuale-istituzionale. Ed è su questa evoluzione culturale che non si vedono ancora sufficiente impegno ed elaborazione culturale e pedagogica: non è, ripeto, solo questione di denaro e di organizzazione ma di cambiamento di mentalità e di aspettative entro una nuova visione di sé, del proprio benessere, del ruolo delle istituzioni. La politica deve tornare ad essere non solo amministrazione.
 
2. L’emergere di una organizzazione con centri forti e innervazioni territoriali vicine ed efficienti. 
Per quanto in modo ancora fluido cominciano a delinearsi alcuni tratti della nuova organizzazione del Sistema Sanitario. La contrazione degli “ospedali” diffusi sul territorio è già in atto ed è destinata ad accelerare. Non più l’ideale assistenziale dell’ospedale di quartiere, a portata di mano, ma la concentrazione delle eccellenze tecniche e specialistiche in pochi grandi centri al più regionali. Grandi ospedali con specializzazioni differenziate ma interconnessi da centri di coordinamento dotati di banca dati dei pazienti e dei cittadini.  Questi centri avranno una corona di satelliti costituiti da ambulatori di quartiere in cui confluirà, coordinandosi in modo complementare, la attività dei cosiddetti attuali “medici della mutua”garantendo una presenza continua con funzioni molteplici dal pronto intervento alle campagne educative alla prima diagnosi e indicazione di percorsi di ulteriori diagnosi e cura, al sequitur delle cure individuate e prescritte. Questi centri non vivranno da soli ma in rete con le attività legate alla salute-benessere del territorio: le farmacie, i centri di diagnosi, ma anche le palestre, i centri benessere, i centri sportivi. Il cittadino avrà così una rete protettiva integrata che necessariamente comprenderà, superando il dibattito sulla privacy, banche dati con profili e storia (non solo clinica) di ciascuno. A completare questo sistema dobbiamo immaginare anche che smartphone, computer, centri di rilevazione telematica casalinghi faranno parte della rete e verranno integrati con gli ambulatori di territorio consentendo una informazione ad hoc e personale che alimenterà la autogestione ma anche la formazione degli individui, primi responsabili domani della cura di sé e del proprio capitale-benessere.
 
3. Nuovi ruoli e nuovi attori sociali. Queste possibili/probabili trend evolutivi non possono non incidere sulle figure professionali da un lato e non chiamare in causa nuovi attori sociali. Per quest’ultimo aspetto si pensi solo all’importante ruolo che stanno assumendo anche da noi, destinato a crescere in maniera esponenziale nei prossimi anni, delle assicurazioni e delle banche: aspetto per noi italiani guardato con sospetto e timore ma con cui dovremo fare i conti (letteralmente…). Quanto ai ruoli professionali è evidente che il medico “della mutua” sarà chiamato a un ruolo più interattivo con colleghi e le entità “sanitarie e non” del territorio (quelle elencate sopra per esempio), e dovrà acquisire competenze informatiche per gestire database complessi. L’informatore medico-scientifico avrà qui un ruolo importante che andrà al di là della mera illustrazione dei farmaci: dovrà diventare anche esperto degli stili di vita e della informatica. Il farmacista potrà giocare un ruolo davvero centrale sia come portale di accesso alle risorse di benessere del quartiere (non solo sanitarie in senso stretto) e come tutor delle cure e degli stili di vita sia come specialista di alcuni percorsi di attenzione e di cura andando oltre la farmacia genericamente dispensatrice di farmaci.  Non parliamo poi della evoluzione del personale ospedaliero e delle amministrazioni ospedaliere o delle ASL: il passaggio dalla centralità della malattia e della terapia alla tutela del diritto a una vita di benessere alimentata da stili di vita responsabili da un lato, e la robotizzazione e informatizzazione delle cure esigerà davvero una mentalità e una cultura molto diverse da quelle attuali. Bisogna ripensare l’iter formativo dei medici e del personale clinico.
 
In conclusione mi piace ribadire che le difficoltà economiche e tecniche che stanno sotto gli occhi di tutti sono solo la punta dell’iceberg di un cambiamento organizzativo, culturale, formativo che coinvolgerà sia i cittadini che i politici che il personale medico-farmaceutico. Se tutto andrà bene alla fine di questa mutazione saremo tutti più maturi, consapevoli, autonomi…e più colti.

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