Fondazione Zoé
 C’è molta attenzione verso questa patologia, soprattutto come problema medico e sociale, senza considerare che le persone obese incontrano molte forme di discriminazione che possono essere serie e dannose sulla qualità di vita in generale e nelle relazioni interpersonali. Il lavoratore in soprappeso è visto come meno competente, pigro e non adatto a impieghi che non comportino un’interazione face to face, ma già durante il percorso scolastico i giovani subiscono pregiudizi discriminatori che non li stimolano a cambiare alimentazione e stili di vita creando un effetto paradosso associato all’ansia e all’impulso di mangiare. 
 
Vista l’attenzione verso questa tematica, il British Medical Journal ha recentemente invitato una cittadina inglese con problemi di peso, Emma Lewis a sollevare un dibattito tra la pratica clinica e l’obesità. La Lewis scrive un interessante articolo che evidenzia gli effetti stigmatizzanti e negativi sulla salute di questi pazienti per l’insensibilità a volte riscontrata nel rapporto con il medico. Purtroppo anche i professionisti della salute non sono immuni dal commettere errori nel colloquio con il paziente. L’obeso ha bisogno prima di tutto di sentirsi accettato, di essere guardato con occhi diversi, senza elencare solo  le eventuali conseguenze fisiche, ma aiutandolo a superare quel senso di vergogna della sua condizione. Dare importanza ai progressi e agli sforzi fatti anche di piccola entità può stimolare il malato a credere di più nelle sue possibilità per raggiungere l’obiettivo. 
 
L’autrice racconta la propria esperienza negativa perché nei diversi colloqui clinici  le riaffiorava l’umiliazione vissuta sin da bambina per il fatto di essere in sovrappeso, sentendo il suo corpo come un fattore di rischio per ogni tipo di malattia. Lo specialista è più propenso a insistere sulle eventuali patologie concomitanti, senza tener conto che le persone grasse sanno di esserlo. Questo può avere ricadute gravi per la salute in quanto può portare il paziente a rifiutare cure mediche, ritardare le visite di controllo e non dare attenzione alla prevenzione.    
La poca sensibilità dello specialista può portare a gravi esclusioni sociali del paziente, a disturbi psicologici e al rifiuto di condurre una vita sana continuando a mangiare in modo incontrollato. Purtroppo il pregiudizio verso l’obesità sembra essere in aumento, è quindi necessario attuare strategie diverse tenendo sempre presente l’individuo e non solo la sua condizione perché come afferma Kelly Brownell, professore di psicologia presso la Yale University ed esperto internazionale di disordini alimentari “bisogna combattere l’obesità…e non le persone obese”. 
 
Fonte: Lewis 2015, Approfondimenti
 
 
Articolo nato dalla collaborazione tra la Fondazione Zoé e il CCF – Centro Studi di Comunicazione sul Farmaco dell’Università di Milano, per approfondire la letteratura in materia di Comunicazione della Salute. Vedi pagina Collaborazioni.
 

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