Fondazione Zoé

Il tempo della famiglia è il tempo del dono (di sé). Ossia stare insieme l’uno per l’altro.

Il tempo della famiglia è il tempo del dono (di sé). Un uomo e una donna stanno insieme a misura che sono l’uno per l’altro. In totalità. Altrimenti fingono di stare insieme (cosa tutt’altro che rara). Ma essere l’uno per l’altro significa che l’uno per l’altro è fine o scopo. Io sono infatti per un altro, solo se in qualche modo a lui mi consegno come a uno che può disporre di me e che dunque è il mio signore. Non è un medio per aver altro. Parlo di una dimensione di fondo, naturalmente, che non sempre viene alla luce. Anzi, per lo più si tratta di una dimensione nascosta: una sorta di basso continuo che accompagna le volute di una melodia. Un uomo e una donna fanno famiglia donandosi reciprocamente, fino al dono della propria intimità. E’ per questo che a loro è donato il figlio. Nel figlio essi riprendono se stessi come figli, a loro volta, della vita, perché nel figlio trovano la continuità della vita loro.
 

Il tempo della famiglia è il tempo del perdono. Non si può vivere insieme senza ricominciare da capo, quando si è commesso uno sbaglio. E non si può sempre evitare di sbagliare. Il perdono è il rimedio più semplice e più immediato. Sbagliando ci si fa del male, ma anche si fa del male. I due lati della cosa stanno sempre insieme, perché un essere umano vive sempre in una relazione. Al male che ci facciamo, possiamo rimediare chiedendo perdono, non tanto a noi stessi, perché non possiamo perdonare noi stessi se non per metafora, quanto ad altri. Siamo sempre perdonati da altri (e se da noi stessi, da noi stessi in quanto altri). Al male che facciamo possiamo rimediare invocando il perdono di quelli che abbiamo ferito. Nella vita di famiglia questi ritmi dell’anima sono la quotidianità stessa, perché in famiglia si vive sotto lo stesso tetto da mattina a sera e da sera a mattina. Almeno in intenzione. Ora, se non ci si perdona a vicenda, la vita comune diventa impossibile. Diventa una sorta di incubo, dove tutti finiscono per andare contro tutti, in una disperata rincorsa a pareggiare i conti attraverso la vendetta. Il perdono stronca questa sequenza, perché è, appunto, la rinuncia al risarcimento del torto subìto. E’ il gesto che prende su di sé il peso del male, ne fa il debito lutto, cioè lo metabolizza, e lo restituisce nella forma della buona complicità. Si discute se si debba perdonare incondizionatamente o se si debba prima attendere la confessione della colpa. Ma è una discussione forse un po’ oziosa. Il perdono non può non essere incondizionato, perché se dipendesse solo dal riconoscimento della colpa da parte del trasgressore, avrebbe il sapore di una facile rivincita. Sarebbe, anzi, una forma sottile di vendetta. E invece, il perdono deve essere il gesto che inaugura una nuova relazione senza ombre. Tuttavia, dalla parte del perdonato, il perdono non può essere efficace senza il pentimento, che equivale poi ad una richiesta di perdono. Ma può benissimo venire anche dopo. 
 
 

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