Fondazione Zoé

Il tempo della famiglia è il tempo della cura quotidiana. La donna cura la vita del proprio uomo, per lo più nella forma dell’accudimento; l’uomo cura la propria donna, per lo più nella forma della protezione. Entrambi curano i figli bambini nella forma dell’educazione alla vita. Ma ci sono anche i vecchi da curare, nonostante la medicalità sociale diffusa. E poi hanno diritto in qualche modo alla cura tutti quelli che non possono curarsi da sé. Certo, la cura del corpo è diventata sistema ospedaliero, ma la cura dell’anima non può avere questo nome, se non in casi estremi. La cura dell’anima dovrebbe appartenere alla famiglia, almeno come luogo primo deputato. E le famiglie dovrebbero vicendevolmente potersi prendere in cura.

Il tempo della famiglia è il tempo della memoria dell’origine e del senso della fine. Nella famiglia si sperimenta il nascere e il morire degli umani. Nonostante l’ospedalizzazione massiccia. Nasce il figlio, muore il padre o il nonno. Mai si vorrebbe che morisse il figlio. Ma nascere e morire sono comunque i limiti dell’umano. L’umano è mortale. E gli uomini sono mortali, diceva un vecchio filosofo pitagorico, proprio perché non riescono a congiungere il principio con la fine. L’origine dunque sta altrove. La famiglia dovrebbe essere il luogo in cui si fa memoria del tempo dell’origine e si guarda al tempo della fine come di un grembo che è sempre per noi. Un bambino è custodito in un grembo; un adulto dovrebbe poter morire come custodito in un grembo. Questa attitudine a stare come in un grembo è la forma più radicale della verità della vita umana. Si impara o si dovrebbe imparare in famiglia. Niente come la famiglia può rimandare ogni giorno ad una origine che ci oltrepassa. E che è per noi. Niente come la famiglia può indicare una fine che ci attende. E che si prende cura di noi. Perché origine e fine sono rapporti parentali. La paternità (e la maternità) e la figliolanza sono infatti i nomi di Dio a noi rivelati.

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