Fondazione Zoé

L’ansia e la reazione dipendono dalla percezione di potere o meno modificare le situazioni.

Le vicende drammatiche degli attentati di Parigi e più in generale legate al terrorismo e alle molteplici conflittualità divulgate dai media (ultima quella tra Russia e Turchia e la ricorrente ostilità tra Russia e Ucraina) mi hanno colto mentre stavo lavorando a uno studio sugli atteggiamenti verso la salute e il benessere.

La casuale concomitanza tra i due ordini di esperienza mi ha fatto saltare all’occhio la grande differenza tra la forte e reale preoccupazione per la salute o meglio per il proprio benessere e la relativa fatalità con cui le persone (quelle con cui parlo, ma tutto sommato anche nelle interviste) considerano i tragici eventi di un conflitto sempre più violento anche se a scoppio alternato e rapsodico. Insomma mentre per la propria salute-benessere ci si preoccupa e ci si affanna, si fanno cause ai medici e agli ospedali, si pretendono assistenze più accurate, si polemizza sulle vaccinazioni e così via, dinnanzi al fenomeno del terrorismo e dello scontro di culture e fedi diverse tutto sommato ci si rassegna. Sappiamo dalle ricerche psicologiche che l’ansia e la reazione dipendono dalla percezione di potere o meno intervenire per modificare le situazioni, dal fatto che ci si senta responsabili in prima persona, ed è chiaro che rispetto al problema mondiale del terrorismo e dei conflitti politici il singolo cittadino si senta impotente e reagisca fatalisticamente. Ci sta.

Tuttavia questo ci dice anche quanto grande sia la distanza dalla partecipazione sociale e dal reale coinvolgimento politico: delegate passivamente a partiti e istituzioni di cui peraltro ci lamentiamo e di cui non ci fidiamo per nulla. C’è qualcosa di profondamente sbagliato in tutto questo, qualcosa che davvero non è né salute né benessere, individuale e sociale.

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