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Il termine demenza viene introdotto in campo medico nel 20 d.c. da Aulo Cornelio Celso, nel “De medicina” e indica in modo generico le condizioni di alterazione dell’intelligenza e del comportamento. Fino al XVIII secolo l’uso del termine era più utilizzato in ambito sociale come una fase quasi normale dell’invecchiamento. Solo nel 1906 Alois Alzheimer e Gaetano Perusini descrivono il quadro clinico di una donna che ha sviluppato un decadimento cognitivo, ma ci vogliono ancora parecchi anni prima di considerare l’Alzheimer una patologia e non solo un’evoluzione dell’invecchiamento cerebrale.

Oggi il declino cognitivo è una sindrome che si caratterizza per la progressiva perdita delle funzioni intellettive (memoria, linguaggio, ragionamento, orientamento, attenzione, calcolo e inoltre si perde il pensiero astratto o la capacità di giudizio): una perdita che in ogni caso pregiudica l’autonomia dell’ammalato e il suo stile di vita. In genere inizia durante la vecchiaia ma non va confusa con il naturale invecchiamento.

Il tipo di demenza più diffusa è sicuramente quella di Alzheimer. La causa sembra essere un’alterazione di una proteina che a un certo momento della vita inizia a essere metabolizzata in modo alterato, portando alla formazione di una sostanza neuro-tossica che si accumula lentamente nell’encefalo fino alla morte progressiva dei neuroni. Le prime a essere danneggiate spesso sono le cellule dell’ippocampo, una parte del cervello associata all’apprendimento, per questo il principale sintomo è spesso la perdita di memoria delle informazioni apprese di recente. Gli effetti dell’Alzheimer si manifestano con gradualità e peggiorano sempre più, man mano che la degenerazione neuronale progredisce.

L’editoriale pubblicato su Jama riassume alcuni studi importanti svolti su persone in età avanzata per capire la correlazione tra un miglioramento dello stile di vita e la compromissione delle attività della mente. Certamente un’alimentazione equilibrata e un’attività fisica costante sono estremamente utili anche per aiutare la socializzazione: spesso, infatti, l’anziano vive solo e questo lo porta ad avere poca cura nella preparazione dei pasti, diversamente a quanto può accadere in un contesto familiare.

Le ricerche citate nell’articolo dimostrano anche che piccoli interventi sulle attività cognitive come giochi di parole o di numeri, brevi test possono aiutare moltissimo: indispensabile è agire in modo mirato consigliando di seguire come modello alimentare la dieta mediterranea, di non abbandonare l’attività fisica regolare e di mantenere la mente sempre attiva. Questi consigli non solo sono essenziali per evitare il progredire della demenza, ma possono ridurre anche fattori di rischio cardiovascolari.

Di fronte a un futuro dove l’anziano avrà un ruolo fondamentale, è necessario cercare di preservare più a lungo possibile la sua salute con interventi sia da parte dei familiari, sia degli operatori sanitari e delle autorità. Solo la prevenzione può intervenire prima che si manifestino i problemi legati alla terza età per evitare che l’anziano venga considerato un peso sociale, ma anzi una forza ricca di cultura e di esperienza.

Per approfondimenti:  Sudeep S., “Lifestyles and Cognitive Health What Older Individuals Can Do to Optimize Cognitive Outcomes”, Jama, 2015

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