Fondazione Zoé

La molteplicità culturale, oltre ad un fatto innegabile, è una inevitabile condizione umana.

Nella letteratura più recente v’è la tendenza a privilegiare il termine interculturalità e a relegare il termine multiculturalismo in una sorta di limbo riservato ai termini ambigui. In alcuni casi multiculturalismo prende addirittura una connotazione lessicale negativa. C’è una ragione, probabilmente, nell’oscillazione dei termini, peraltro naturale nel linguaggio comune e persino nel linguaggio scientifico. Il multiculturalismo è prima di tutto un fatto. Ogni fatto, in sé e per sé, non dice nulla quanto al suo valore. Andrebbe giudicato. Nel caso del multiculturalismo il giudizio non è facile, anche solo perché si tratta di un fenomeno particolarmente complesso e soprattutto si tratta di capire che cosa gli esseri umani decidono intorno a questo fatto. E poiché molteplici sono le interpretazioni del fatto e molteplici le decisioni di fronte al fatto, il linguaggio tende ad essere oscillante. La tendenza, cui prima si accennava, a preferire il termine interculturalità vorrebbe cassare l’oscillazione e indicare il bene del multiculturalismo come una qualche relazione di reciprocità riconoscente fra le diverse culture. Oltre al termine ‘interculturalità’, va da questa parte il termine (meno impiegato) ‘transculturalità’.

In effetti, multiculturalismo si dice in molti modi. Il primo modo e il più elementare è appunto quello che registra il fatto dell’esserci di molte culture. Ma le molte culture come stanno fra loro? Questo il multiculturalismo subito non dice. Ma non dice soprattutto come le molte culture dovrebbero stare tra loro.

La molteplicità delle culture presuppone sempre o quasi sempre una molteplicità di etnie. Ma le due figure non sono sovrapponibili, come si sa. Una stessa etnia può avere culture diverse; una stessa cultura può essere tradizione consolidata di varie etnie. Quel che conta però, ai nostri fini, è in primo luogo la cultura, che è come l’anima, di cui l’etnia è il corpo. L’inversione dell’ordine di importanza (che non di rado compare nella storia umana) è indubbiamente un fenomeno regressivo. Finisce prima o poi nel razzismo.

La molteplicità culturale, oltre ad essere un fatto innegabile, è una inevitabile condizione umana. Il mito della Torre di Babele dice bene di questa condizione originaria, perché registra e il fatto e la patologia che segue al fatto, cioè la divisione della comunità umana in parti che non riescono più ad intendersi. Nel mito della Torre la patologia è legata simbolicamente al linguaggio. Ma non è difficile interpretare il mito come segnale di una patologia più profonda della differenza linguistica. Non ci si intende tanto per via dei fonemi diversi, quanto per via di desideri diversi e conflittuali. Questo dice la comune esperienza. La differenza linguistica fa poi giganteggiare le forme del conflitto.

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