Fondazione Zoé

Nessun affetto è sperimentato che non abbia una profonda e larga implicazione corporea.

La questione è diventata emergente. Segna il senso del nostro tempo. Siamo quasi costretti a vivere nella quotidianità una sorta di falso dilemma: da una parte si coltivano intensamente gli affetti, ma nessuno vuol sentir parlare di legami; d’altra parte si stringono ogni giorno legami che tengono lontani gli affetti. Sono solo “contratti”. Ricca vita emotiva da un lato, e senza badare a spese, procedure e poi procedure d’altro lato, anche qui senza badare a spese. Risultato? La rivendicazione di una privatezza senza regole per nessuno e una vita pubblica che si copre di regole, ma solo per mascherare la proliferazione di interessi privati. Siamo diventati un po’ tutti schizofrenici. Forse è bene parlarne, allora, e cercare soprattutto di capire dove comincia lo sbaglio.

A mio avviso, è opportuno prendere le mosse un po’ da lontano, cioè da un riferimento, per quanto sommario esso sia, al corpo umano, perché il corpo in qualche modo contiene e manifesta di fatto il primo capo della corda: la natura degli affetti. È, questa, una evidenza di senso comune. Nessun affetto è sperimentato che non abbia una profonda e larga implicazione corporea. Ora, il corpo nostro è, in realtà, sempre un corpo per altri. In una società mediatica, che è in prima battuta una società dell’apparire, lo sguardo altrui decide, purtroppo, del senso della mia esistenza. Si può aggiungere subito che i grandi codici culturali del costume dominano oramai incontrastati, come e più di una volta, perché non hanno “contrappesi” sufficienti nell’interiorità etica. L’eticità tende a coincidere, puramente e semplicemente, con la quotidianità condivisa. La quale è sostanzialmente orientata dalla pubblicità, che, dunque, sembra occupare tranquillamente il posto che una volta era dell’etica.

Il corpo oggi è oggetto di molta cura. Ma è un corpo che mostriamo “in ordine” sostanzialmente per lo sguardo di altri. Il corpo per noi è altra cosa. Il corpo per noi è diventato, piuttosto, il luogo disordinato dell’io. In questo senso, il corpo dell’uomo contemporaneo sembra proprio un luogo di contraddizione: servito e vezzeggiato dall’esterno, è invece, sovente, violato dall’interno, perché i moti dell’animo vi spadroneggiano. Questo in qualche modo spiega i corsi e ricorsi dell’ossessione dietetica, l’affidamento alla chirurgia estetica, l’uso indiscriminato dei farmaci, la tentazione delle droghe e via discorrendo. L’ordine del corpo, in altri termini, è un ordine che si deve fare e rifare in modo continuo, perché l’interno tende costantemente a disfare l’esterno. E non può che essere così, perché l’esterno non ha molto potere sull’interno. Diversamente dalla comune convinzione, è il corpo che è nell’anima, non l’anima nel corpo. L’anima contiene e domina il corpo.

Parlando del corpo, abbiamo così in qualche modo introdotto il mondo degli affetti. Un mondo che scarica, appunto, sul corpo il possibile e l’impossibile.

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