Fondazione Zoé

Quanti significati può avere nell’uso comune la parola “affetto”?

Carmelo Vigna prosegue la sua riflessione sul rapporto fra legami e affettti. Leggi qui l’articolo precedente. 
Tutti più o meno intendiamo qualcosa di “concreto”, quando parliamo di affetti. Ma l’oggetto della nostra breve indagine è piuttosto complesso e anche nebbioso. Per sgomberare il campo da troppe ambiguità presenti nella letteratura (affetti come passioni, passioni come emozioni, emozioni come sentimenti, sentimenti come impressioni e via dicendo) si può sempre far perno sulla semplice indicazione etimologica che viene da “afficio” (nel senso di “produco un certo effetto, una certa impressione”, “colpisco”). Chi è “affectus“, è “colpito” da qualcosa nel corpo e/o nell’animo. E dunque, anzitutto e per lo più, ciò che è indicato dall’affetto è uno stato di passività.. Ma il passivo in noi non sta mai senza l’attivo, cioè senza il proprio contrario, perché il vivente, se colpito, inevitabilmente reagisce. Ciò che colpisce è pur sempre per noi. In generale, ogni relazione di qualcosa con un vivente è necessariamente una qualche forma di convenire. Chi vive in qualche modo sa o avverte. Almeno in questo senso, con-viene e cor-risponde. È da qui che comincia la serie delle indicazioni apparentemente sinonimiche di “affetto” (ad es. “emozione”, ma anche “sentimento”). Solo apparentemente sinonimiche: in realtà, queste indicazioni alludono al secondo lato della relazione del vivente, quello propriamente attivo, cioè alludono appunto al suo corrispondere, venendo incontro o rifuggendo (ex-moveo). Dunque, “passione” ed “emozione” sono due significati che dobbiamo trattare come due facce dello stesso fenomeno esistenziale. E siamo così al primo modo di intendere l’affettività. Ossia all’affettività come reazione a qualcosa che ci viene addosso e ci com-muove.

Ora andiamo a una considerazione di un certo peso. Ossia: il mondo emotivo o mondo degli affetti (possiamo per comodità lasciare i due termini come equivalenti, dopo quanto osservato) non può godere del corrispettivo del corpo, per trovare ordine. Il corpo trova ordine (in qualche modo e in intenzione, come si diceva) per via dello sguardo d’altri, che può abbracciarlo per intero nella spazialità. E trova ordine per via dello sguardo mio, che può ripetere lo stesso davanti allo specchio. Il mondo emotivo, invece, non può essere abbracciato da uno sguardo esterno e, in qualche modo, neppure da uno sguardo interno. Quando l’emozione insorge, infatti, totalizza il campo della coscienza. Questa è una nostra esperienza elementare. Se uno è triste, non lo è in parte, non lo è più o meno, ma per intero. Così, quando uno è pieno di gioia. E ciò rende difficilissimo oggettivare i tratti di uno stato emotivo. E d’altra parte, è facile intuire che, senza tale “oggettivazione”, il mondo emotivo non può essere governato. Ne viene, per quanto la cosa possa parere paradossale, che, considerato in sé e per sé, il mondo emotivo non può contrarre legami. Una totalizzazione emotiva può solo succedere ad un’altra, in un essere umano, ma non può essere “legata” all’altra, perché dovrebbe essere prima deposta dal piano totalizzante. Due totalizzazioni sono infatti, sempre e necessariamente, impossibili. Questo forse spiega il moltiplicarsi delle esperienze seriali dell’affettività, e anche delle cosiddette “storie”. Si dice: “Ho avuto una storia”, per alludere ad una relazione affettiva. Spesso, specie da parte dei più giovani, si raccontano tante “storie” (a volte con una disinvoltura disarmante…).

Che il mondo affettivo totalizzi, dice subito, comunque, che è abitato dalla parte razionale della nostra anima. Anzi, che ne è pregno. L’esser totalità è, infatti, in prima istanza, l’orizzonte proprio dell’anima di un essere umano. Detto in altri termini: un essere umano è apertura totale al mondo e per questo vuole avere a che fare con la totalità delle cose; nel contempo tutte le cose tende a totalizzare, quando se ne occupa. Ora, il mondo affettivo è abitato in qualche modo da questo orizzonte, anche se non è questo orizzonte. È importante non dimenticarlo. La differenza, del resto, appare fin troppo evidente, se guardiamo alla vita animale, dove ci sono affetti, ma non sguardo sulla totalità del mondo (in senso stretto); c’è solo concentrazione su cose determinate. Un cane conosce la “strada di casa” (con le sue varianti), ma non è in grado di conoscere la strada come strada in universale; perciò non progetta strade e non appronta piani per percorrerle, secondo una molteplicità illimitata di mete.

In un essere umano è impossibile smarcare in assoluto l’affettività dall’orizzonte della apertura totalizzante. Tanto da poter dire che il primo per noi è proprio l’unità radicale di mondo affettivo e orizzonte totalmente aperto. Le scissioni vengono sempre dopo. Ebbene, questo senso dell’affettività, supera ed integra quello, più semplice, da cui siamo inizialmente partiti. Si tratta di una affettività più luminosa, perché ha in sé uno sguardo senza limiti. Diciamo che questo senso potrebbe essere il secondo modo di intenderla (e di viverla).

Vai all’ articolo precedente…

Vai all’ articolo successivo…

Archivi

Checking...

Ouch! There was a server error.
Retry »

Sending message...

Iscriviti alla Newsletter