Fondazione Zoé

Ciò che rende un legame vero e duraturo è la reciprocità della relazione.

Solitamente usiamo dire: sono legato alla mia casa o al mio orologio o al mio cane. Ma usiamo anche dire: sono molto legato ai miei amici o ai miei parenti. E sentiamo che questo secondo modo di dire è più forte del primo. L’oggetto conveniente per un essere umano è, infatti, un altro essere umano. Non che per gli oggetti-cosa si molli la presa, ma essi ci attraggono a misura che si approssimano simbolicamente all’orizzonte dell’umano. E se non sono prossimi, per lo più uno si occupa di farli prossimi, cioè li surdetermina, sino a farne dei feticci (un vestito, un monile, un campo o una casa ecc.). Perché un essere umano nel suo desiderio può essere appagato solo da un oggetto a lui simile, cioè da un altro essere umano.

Ma un altro essere umano può convenire o non convenire con me. Se non conviene però, cioè se si ritrae, non vale per me come realtà appagante. Il vero e il solo oggetto appagante è un essere umano che intende convenire con me; è, in altri termini, un essere umano che si relaziona a me come per me. È qui che spunta il legame vero e proprio. Se uno mi si offre, infatti, mi desidera pure o mi vuole, ossia vuole a sua volta un legame con me. È sottinteso, naturalmente, il movimento reciproco, ossia che io già mi offra, a mia volta, come per lui. Solo se questo accade, del resto, il legame può dirsi propriamente pieno. Altrimenti resta un legame unilaterale, da una parte o dall’altra, difficile da tenere in piedi. In tal caso, ci si può pur “nutrire” in qualche modo, cioè parassitariamente, di una alterità, lavorando ad es. di immaginario. Ma l’immaginario non è il reale. E questo, prima o poi, presenta il conto.

Ma un essere umano per me è sempre uno libero in sé (altrimenti non è un essere umano). Ne viene che la persistenza della relazione (e quindi il legame come duraturo) implica necessariamente il voler liberamente permanere nella relazione sia da parte sua che da parte mia. Il problema dei legami, in altri termini, è il problema del persistere nel legame da parte di due libertà. Ma non sembra facile concepire come sia possibile “legare” due libere soggettività con un vincolo “esterno”. Anzi, è propriamente impossibile. Niente, in effetti, può legare una libertà, se non se medesima. D’altra parte, un “autolegame” è anche una certa assenza di legame, giacché in tal caso è sempre in potere dell’io porre e togliere il legame.

Come scongiurare, allora, la fine del legame? Intanto, ricordiamo che per tener fermo un legame, un essere umano, da che mondo è mondo, ha “chiesto” aiuto all’esterno, quasi diffidente di sé per via dell’esperienza della propria fragilità. Ha liberamente creato dei vincoli per sé, a partire dalla promessa all’altro, sino a giungere ad una pubblica promessa. In altri termini, se è vero che un essere umano può essere così libero da autodeterminare e bloccare la propria oscillazione rispetto ad un legame, e così predeterminare le proprie decisioni future (quando uno promette, liberamente dispiega la propria intenzione in un modo previo e prevedibile), è altrettanto vero che è sempre in potere di un essere umano prendere di nuovo ad oggetto di libera decisione precisamente la promessa fatta, cioè l’autodeterminazione. E ritirarla. Di qui la pubblica protezione. La promessa tradita o l’infedeltà praticata, si sa, è cosa di comune e dolorosa esperienza. Ma è anche di comune esperienza, per fortuna, l’opposto, ossia la promessa onorata e la fedeltà.

E cosa accade, quando la promessa è onorata? Perché teniamo fermo il legame? Ragioniamo un poco. Se il legame umano è un libero convenire, è necessario che da una parte e dall’altra si convenga, perché legame ci sia. Ma si conviene se l’oggetto “conviene”, ossia se è un bene per me. Ma un altro è un bene per me, se è un desiderio per me, cioè se mi desidera. Dove si scorge che non basta il rimando alla libertà d’arbitrio dell’io, bloccata unilateralmente sulla promessa, per proteggere un legame. Bisogna pure che il destinatario della promessa, si renda a sua volta degno della promessa. Solo allora ha senso, umanamente parlando, la tenuta del legame. In tal modo, infatti, ognuno offre all’altro, in reciprocità, la propria soggettività nella forma del nutrimento del desiderio. Un vero legame è sempre reciproco. Il legame unilaterale, invece, è destinato a morire d’inedia.

Il legame deve dunque essere tenuto in vita da un libero e reciproco convenire, altrimenti muore. Ma un libero e reciproco convenire può solo essere tenuto fermo, a sua volta, da una decisione che non tiene in vista solo il legame semplicemente affettivo, ma anche il legame affettivamente luminoso. Ossia il legame deve innalzarsi al legame secondo lo spirito. È vero che il piano affettivo totalizza, ma si tratta di una totalizzazione che sta nel tempo, ossia che è numerata dal tempo. E questo, perché il mondo affettivo è strettamente legato alla corporeità e la corporeità è scandita dal tempo. L’anima, invece, numera il tempo, e non ne è numerata. Quindi è in grado di oltrepassare le totalizzazioni che accadono nel tempo e di metterle in relazione. L’anima, in questo senso, vale come la totalizzazione di tutte le totalizzazioni affettive. Perciò lei sola può tener fermo un legame duraturo; lei sola può farlo. Ne è la condizione di possibilità.

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