Fondazione Zoé

C’è chi crede al caso, chi invece al caos. C’è chi si sente parte di un disegno più grande, e chi invece (come Democrito) concepisce se stesso e la propria esistenza come il risultato della inevitabile applicazione di poche, semplici regole ad una materia vorticante ed inconsapevole. I sofisti hanno affrontato l’argomento, così come Socrate, arrivando a concludere che possiamo sapere poco o nulla di tutto ciò, ed io ritengo a tutt’oggi la loro risposta scientificamente valida: in termini di metafisica sono un agnostico titubante. Fine della divagazione filosofica. Il fatto è che il mondo e la vita continuano a metterci di fronte a coincidenze incredibili, capaci di mettere alla prova anche la più razionale delle convinzioni. Questa è una storia di quel genere, una storia che fa alzare la peluria del collo e ci costringe a chiederci se, forse, alla fine non ci sia un senso.

Novembre 1985. Sono passati 18 anni da quando Cristiaan Barnard, padre del trapianto di cuore, ha realizzato il primo intervento di tale genere. Il cuore di Denise Darvall, morta a venticinque anni in un incidente stradale, torna a battere nel petto di Louis Washkansky.

Ilario Lazzari

Nel 1985 la tecnica di Barnard è stata lungamente messa a punto, ed il dottor Vincenzo Gallucci è uno dei chirurghi italiani più preparati in merito. Gallucci, nato nel ’34 a Mantova, Gallucci che nel ’57 è assolutamente convinto che nonostante le difficoltà dedicherà la sua vita alla chirurgia. Gallucci che il 13 novembre 1985 è di turno in ospedale, a Padova.

Uno dei suoi pazienti, Ilario Lazzari, ha bisogno urgente di un cuore nuovo. Il vecchio non funziona quasi più, e la sua vita è appesa ad un filo. Lo stesso filo, pochi giorni prima, si spezza per Francesco Busnello, nato diciotto anni prima, l’anno del “miracolo” di Barnard. Francesco tornava a casa in motorino, ma qualcosa è andato storto, ha avuto un incidente, ha battuto la testa. I suoi genitori, Marina e Gianni, sono favorevoli alla donazione e prestano immediatamente il consenso al prelievo degli organi. Da Padova parte una Mercedes grigia scortata da due macchine della polizia, a bordo Gallucci ed i suoi collaboratori. Nel mentre, a Padova, un’altra equipe si prepara ad aprire il petto di Lazzari. All’ospedale di Treviso il team di Gallucci preleva il cuore di Francesco, ripartendo immediatamente verso la città del Santo.

La notte tra il 13 ed il 14 novembre 1985 scorrerà frenetica, memorabile. Al mattino successivo Luigi Diana, sovrintendente dell’USL, annuncerà che

É con grande soddisfazione che l’ospedale di Padova dà la notizia che nelle prime ore della notte è stato eseguito il primo trapianto di cuore in Italia. Il cuore è stato donato a Treviso. Premia un lavoro di lunghi anni, intenso e faticoso. Il chirurgo è stato Gallucci.

Il cuore malato di Lazzari, conservato al MUSME di Padova

Il 14 novembre 2015 ogni quotidiano nazionale ha almeno un trafiletto dedicato al trentesimo anniversario di quella notte incredibile che ha segnato la storia della cardiochirurgia italiana. Ma nessuno sa che il caso (oppure il destino) ha disposto e realizzato un altro genere di celebrazione, molto più silenziosa ed al contempo molto più in grande stile.

Nella notte tra il 13 ed il 14 novembre 2015, la stessa notte trent’anni dopo, squilla un telefono. Una chiamata attesa da tempo, importante. Quanto può pesare un’attesa di quattro anni? Dipende. Dipende da cosa stai aspettando; conta poco, se aspetti una data di un concerto, giusto un po’ di più se si tratta di una promozione. E se invece aspetti un cuore, ovvero un dono che ti permetta di continuare a vivere? Il gioco cambia, i pesi si spostano.

Il telefono squilla, e c’è un cuore. Niente mercedes grigia, stavolta, ma un cuore arriva. Anche la città è diversa, poche decine di chilometri a nordest: stavolta è per Udine. Un cuore pronto a sostituirne un altro che ha quasi smesso di funzionare, un cuore pronto a legare di nuovo quel filo quasi spezzato. Non si sa nulla del donatore, la legge tutela la privacy sua e dei suoi familiari. Non è rilevante sapere chi sia: è un essere umano che ha piegato la morte, che con la sua generosa scelta ha saputo prendere il male e cambiarne il segno, che ha colorato di gratitudine e di gioia il lutto. La lingua italiana pare fatta apposta, in questo caso: una persona di cuore.

Diego Lazzari

Al mattino del 14 novembre 2015 pochissimi sanno cosa è successo. Il trapianto di cuore è una tecnica ormai consolidata, che ogni anno nel nostro Paese salva la vita a circa 200 persone. Non c’è rumore, non ci sono comunicati stampa e giornalisti sovreccitati dalla notizia. Ma il destino (oppure il caso) ha fatto il suo gioco, tessendo con cura i propri fili e preparando una sorpresa a chi sappia con pazienza cercare i punti in mezzo alla trama, fare un passo indietro e contemplare l’insieme. Il cuore che quella notte qualcuno ha donato adesso batte nel petto di Diego. Cosa c’è di speciale? Tutto, per Diego ed i suoi cari. Poi c’è qualcos’altro, quella cosa che fa rizzare la peluria del collo, che ti fa chiedere se non ci sia un disegno, un progetto, un fine. Qualcosa che ti obbliga a domandarti se non ci sia un altro filo, oltre a quelli della generosità, del dono e della coincidenza temporale che lega Ilario Lazzari e Diego. Si tratta del cognome di Diego: Diego Lazzari.

Nella notte tra il 13 ed il 14 novembre, a trent’anni spaccati di distanza, due Lazzari hanno ricevuto un dono. Ed hanno continuato a camminare la loro vita.

Articolo pubblicato su www.giovannispitale.net

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