Fondazione Zoé

L’intervento di Stefano Zamagni, Università di Bologna, è stata un’occasione di riflessione sull’epoca che stiamo vivendo e sulle possibilità che ci può ancora riservare il futuro, se saremo capaci di rispondere alle nuove grandi sfide con le regole dell’economia civile.

La nostra storia, spiega Zamagni, è stata caratterizzata nel corso dei secoli da alcuni momenti di grande trasformazione che hanno modificato radicalmente l’organizzazione del nostro sistema sociale ed economico. Il primo con il passaggio dalla società feudale all’umanesimo, tra il XIV e il XV secolo, la seconda nel XVIII secolo, con l’avvento dell’illuminismo in Francia, la rivoluzione industriale in Inghilterra e successivamente in Italia, la terza, alla fine del XX secolo, è l’epoca di internet. Dobbiamo notare che la prima si è sviluppata nell’arco di 150 anni, la seconda in cento anni, la terza è iniziata negli anni ’70.

La quarta grande trasformazione comincia con il nuovo millennio. Si tratta di un grande mutamento caratterizzato da due fattori: la globalizzazione e la quarta rivoluzione industriale, cioè la convergenza di nanotecnologie, robotica, genomica e meccatronica, di cui l’industria 4.0 è figlia.

La velocità di trasformazione di questo ultimo periodo è stata così rapida da generare grandi problemi a cui il nostro Paese non è ancora stato capace di dare risposte efficienti, secondo Zamagni a causa di alcune strozzature specifiche. La prima: le nuove tecnologie hanno imposto non solo un nuovo modello organizzativo ma anche e soprattutto un nuovo modo di pensare che, in gran parte delle imprese italiane, è ancora lontano dal diventare realtà. Il modello tayloristico, con un vertice che pensa e una base che esegue, deve essere sostituito da un modello organizzativo non gerarchico, che metta al centro la persona “nativa digitale”, portatrice di conoscenze che il management adulto non ha. Zamagni ha definito “migranti digitali” coloro che occupano i livelli alti delle imprese e che devono avere la capacità di riconoscere e accettare questo cambiamento radicale, ponendosi in un’ottica di reciprocità nei confronti delle nuove generazioni.

Insieme a questo cambio di mentalità occorre un sistema educativo che sappia adeguarsi alle esigenze della nuova società digitalizzata. La digital fluency deve essere considerata parte di un più ampio insieme di competenze relative all’apprendimento del ventunesimo secolo. Il ruolo della scuola deve essere quello di progettare percorsi, dalla prima infanzia fino all’istruzione universitaria e oltre, colmando il divario digitale e non lasciando al caso lo sviluppo della fluidità digitale. Per non parlare dei tremila laureati con master o dottorato che l’Italia regala agli altri paesi ogni anno dopo averne sopportato il costo della formazione: senza cervelli è molto più difficile realizzare quelle innovazioni necessarie allo sviluppo.

Ulteriore elemento di freno alla crescita è il mancato passaggio dal modello di welfare redistributivo al modello generativo. Il modello redistributivo è basato su uno stato che raccoglie e distribuisce risorse tramite il sistema fiscale e i trasferimenti monetari, quello generativo è invece in grado di rigenerare le risorse disponibili, responsabilizzando le persone che ricevono aiuto al fine di aumentare il rendimento degli interventi delle politiche sociali a beneficio dell’intera collettività.

Ultimo ma non meno importante il dualismo nord/sud che, se fino a trent’anni fa era di tipo economico, oggi è diventato un dualismo anche sociale e civile che vede enormi differenze anche nella partecipazione democratica, nell’associazionismo, nel tasso di imprenditorialità.

Secondo Zamagni, la risposta di cui abbiamo bisogno è quella suggerita da Antonio Genovesi: l’economia civile. Antonio Genovesi primo in Europa a ricoprire una cattedra di Economia, istituita a Napoli nel 1754, visse nella medesima epoca di Adam Smith e ne condivise la convinzione che il mercato avrebbe contribuito alla costruzione di un mondo più egualitario e più libero. Ma mentre Smith aveva una visione pessimistica dell’uomo improntata all’individualismo degli interessi (il bene comune è affidato alla “mano invisibile” del mercato), Genovesi era convinto che la persona fosse l’equilibrio di due forze: quella dell’interesse per sé e quella della solidarietà sociale; il soggetto gli appariva come una realtà relazionale fatta per la reciprocità. Di qui la sua idea di mercato come “mutua assistenza”, una intuizione originale che oggi sta vivendo una nuova giovinezza.

“L’economia civile. Un’altra idea di mercato” è il libro di Stefano Zamagni e Luigino Bruni che illustra genesi e campi di applicazione, cerca risposte non fuori dall’economia di mercato, ma all’insegna di un mercato diverso, “civile”, dove le parole felicità, onore, virtù, bene comune, possono essere riscoperte proprio in chiave economica, lasciando spazio ad una prospettiva etica e non puramente individualistica.

Zamagni, per fortuna, non vede il buio davanti a noi e ci ha salutato con una citazione del grande poeta indiano Tagore che ci piace riportare: “quando il sole tramonta non piangere perché le lacrime ti impedirebbero di vedere le stelle”.

Qui il video integrale del suo intervento per Fondazione Zoé.

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