Fondazione Zoé

Intervista alla Dottoressa Elisabetta Farina, responsabile del servizio di riabilitazione cognitiva all’IRCCS S. Maria Nascente di Milano della Fondazione don Gnocchi e ospite di Fondazione Zoé in occasione della Settimana del Cervello – Brain Awarness Week.

Dottoressa Farina, il Rapporto Mondiale Alzheimer 2015 rileva che ci sono nel mondo  46,8 milioni di persone affette da una forma di demenza mentre nel 2010 se ne stimavano 35 milioni, cifra destinata quasi a raddoppiare ogni 20 anni. I sistemi sanitari sono in grado, secondo lei, di affrontare adeguatamente questa vera e propria emergenza sanitaria?
Purtroppo ne dubito. Molti analisti affermano che, quando sarà arrivata all’età anziana la generazione del “baby boom” i sistemi sanitari saranno al collasso. Abbiamo bisogno di politiche mirate di prevenzione e presa in carico della demenza. In Italia al Piano Nazionale per le Demenze non è stato assegnato alcun fondo aggiuntivo.

Stili di vita corretti possono aiutare a prevenire le diverse forme di demenza? Se sì, vuole darci qualche consiglio?
Gli studi epidemiologici dimostrano che misure quali una regolare attività fisica, specie di tipo aerobico, la vera alimentazione mediterranea, le attività cognitivamente stimolanti e le attività sociali, la cura dei fattori di rischio vascolare, la prevenzione dei traumi cranici possono ridurre l’incidenza di demenza a livello di popolazione.

Cosa differenza la Malattia di Alzheimer dalle altre forme di demenza?
La malattia di Alzheimer è la forma più comune di demenza; è una malattia su base neurodegenerativa, caratterizzata dalla deposizione a livello cerebrale di due sostanze anomale, la beta amiloide e la proteina Tau. Il sintomo principale e più frequente è rappresentato da una perdita progressiva della memoria recente, anche se esistono forme che esordiscono con altri tipi di disturbi. Altri tipi di demenza neurodegenerativa, come la Malattia Frontotemporale e la Malattia a Corpi di Lewy, sono caratterizzati da deposizione cerebrale di sostanze diverse e da sintomi in parte differenti. Ad esempio nella malattia Frontotemporale il sintomo principale è un grave disturbo del comportamento o del linguaggio.

È vero che dall’esordio della malattia alla comparsa dei primi sintomi possono trascorrere anche alcuni anni?
In effetti, è noto attualmente che la Malattia di Alzheimer inizia a livello cerebrale molti anni prima dell’esordio dei sintomi.

Quali sono i primi segnali?
Come ho accennato prima, nella malattia di Alzheimer il primo sintomo è rappresentato da dimenticanze nella vita quotidiana che diventano sempre più gravi e si accompagnano poi a riduzione delle altre facoltà intellettive con conseguenti ripercussioni a livello di autonomia.

Esiste la possibilità una diagnosi precoce?
Sì, negli ultimi anni è possibile diagnosticare la malattia di Alzheimer in fase precoce utilizzando metodi, quali la ricerca di Tau e Beta amiloide nell’esame del liquor e la PET per l’amiloide, che sono indicatori della deposizione di sostanze anomale a livello cerebrale.

Lei è co-responsabile per l’Italia del progetto europeo triennale MeetingDem. Vuole spiegarci di cosa si tratta e di cosa si sta facendo in Italia?
Il progetto MeetingDem, che si è concluso l’anno scorso, ha voluto portare in Italia i Centri d’Incontro, strutture di quartiere nati molti anni fa in Olanda sulla spinta chiaroveggente della professoressa Rose-Marie Dröes della VUMC University di Amsterdam; questi centri sono dedicati alla persona con demenza in fase lieve-moderata e ai loro familiari; sono un luogo dove le persone con demenza possono ritrovare una vita sociale e uno scopo di vita, sostenute dall’impegno e dalla professionalità degli operatori; allo stesso modo i familiari trovano nei Centri d’Incontro un sostegno psicologico e pratico per affrontare il lungo viaggio attraverso la malattia del proprio caro muniti di un forte bagaglio di conoscenze ed esperienze. Dalle due regioni pilota del progetto in Italia i Centri d’Incontro stanno pian piano diffondendosi i svariate regioni italiane.

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