Fondazione Zoé

Continua l’intervista ad Andrea Marini, Professore Associato di Psicologia Generale presso il Dipartimento di Lingue e Letterature, Comunicazione, Formazione e Società dell’Università di Udine, responsabile scientifico di ricerche condotte presso l’IRCCS “Eugenio Medea” e la Scuola Superiore di Sanità “Claudiana” di Bolzano e direttore editoriale della Collana “Neuroscienze, Psicologia, Educazione” Carocci editore.

Leggi qui la prima parte.

Uno degli oggetti di studio delle neuroscienze riguarda il nostro modo di percepire il mondo intorno a noi. Vuole spiegarci cosa significa “percezione”?
La percezione è una funzione cognitiva molto complessa. Il senso comune vuole che quando io vedo qualcosa la vedo come realmente è, oppure sento un rumore e lo percepisco così come è stato oggettivamente emesso. In realtà bisogna fare delle distinzioni tra quello che noi riceviamo con i nostri registri sensoriali (vista, tatto, olfatto, gusto, udito) e quello che noi invece interpretiamo del segnale che percepiamo. Le faccio un esempio: il colore non esiste; il mondo intorno a noi non è colorato, perché quello che interpretiamo come colore non sono altro che “pacchetti di energia”, fotoni, che viaggiano con lunghezze d’onda differenti. In base alla lunghezza d’onda, il nostro cervello riceve segnali diversi e li deve interpretare. Quindi, di fatto, quello che vediamo è frutto di un’interpretazione inconscia. Tant’è vero che uno dei più grandi esponenti delle neuroscienze cognitive contemporanee, Michael Gazzaniga, scrisse in un libro che la mente è sempre l’ultima a sapere le cose, intendendo per mente, in un’accezione molto ampia, la mente consapevole, e intendendo invece il cervello per quello che sa tutto prima, che decodifica informazioni e restituisce alla consapevolezza qualcosa che è già prodotto di un filtraggio.

Come si passa dalla percezione, alla consapevolezza e quindi all’emozione?
Dipende da tanti fattori; sappiamo che le emozioni vengono elaborate da una rete neurale all’interno della quale ci sono delle aree molto importanti, ad esempio le due amigdale all’interno dei lobi temporali. Sappiamo anche che tutto quello che viene percepito può essere elaborato in termini emotivi e che le emozioni possono ostacolare o facilitare l’apprendimento.
Facciamo questo esempio: un uomo è seduto in metropolitana, sta leggendo il giornale; ad un certo punto una donna molto bella gli si siede accanto, ha un profumo molto buono. Lui con la coda dell’occhio intravede la donna, ha sentito un buon odore e magari nella sua testa delle emozioni, anche solo subliminali, si stanno innescando. Immaginiamo che, nel momento in cui l’uomo stia percependo questo evento multisensoriale, esploda una bomba. Un evento drammatico, la persona rimane gravemente ferita. Dopo anni di riabilitazione torna a una vita normale, avendo alle spalle un evento che ne ha segnato l’esistenza. Immaginiamo ora l’uomo dopo dieci anni: sta camminando in una strada e con il naso percepisce quello stesso profumo di quell’esperienza traumatica. In quel momento cambia umore, prova senso di ansia senza essere consapevole del motivo. Questo ci fa capire come l’informazione emotiva possa innescare un ricordo totalmente inconsapevole e in grado di condizionare il funzionamento del sistema cognitivo in quella giornata, in modo del tutto automatico. Questa persona inconsapevolmente può provare un senso di ansia e non sapere perché.

Un’ultima domanda che riguarda il modo di comunicare. Certamente ci sono modalità che consentono una comunicazione più efficace e che sarebbe utile avere in mente quando vogliamo che i messaggi che rivolgiamo ai nostri interlocutori giungano a buon fine. Cosa dobbiamo sapere?
Non c’è una risposta univoca. L’atto comunicativo richiede l’intervento di molti fattori che interagiscono tra loro in modo complesso. Chi vuole comunicare in modo efficace, rispettando un principio che i filosofi della pragmatica della comunicazione hanno chiamato negli anni Settanta “Principio di cooperazione”, deve ricordare che quando comunichiamo con qualcuno collaboriamo affinché il messaggio venga percepito e recepito. Detto questo, per rendere efficace questo meccanismo cooperativo, chi comunica, e non solo parla, deve utilizzare al meglio il contesto, utilizzare il registro comunicativo appropriato a chi si ha di fronte. Per esempio, uno dei problemi di tanti docenti (ma non solo!) è che tendono a parlare un po’ a se stessi. Non modulano la pragmatica della loro conversazione, lo stile narrativo e la scelta lessicale in base all’uditorio. Un secondo punto è dare una quantità di informazioni con il giusto dosaggio. Terzo: per esempio quando in una conferenza l’uditorio ha un’attenzione fluttuante, è opportuno variare registro, magari facendo scivolate con registri più bassi, con una battuta o una parola inaspettata che può aiutare a (ri)catturare l’attenzione di chi ci sta di fronte. Poi fare molta attenzione al modo in cui i concetti vengono agganciati tra di loro evitando salti concettuali che mettano in difficoltà chi ascolta. Se guardiamo i grandi comici in televisione capiamo che sono persone che hanno imparato a gestire implicitamente tutte queste regole.

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