Fondazione Zoé

Prima parte dell’intervista alla Professoressa Maria Luisa Gorno Tempini, Neurology Department University of California San Francisco – U.S.A.

Lei è una neurologa comportamentale, vuole spiegaci cosa significa?
La neurologia comportamentale si occupa dei sintomi, “comportamenti” esterni dell’individuo, che sorgono a seguito di disturbi o dei cambiamenti fisiologici nel cervello, pensiamo ad esempio a un trauma cranico, un ictus o alla malattia di Alzheimer. Poi ci sono altre branche della neurologia che si occupano invece del sistema nervoso periferico (nervi, muscoli, midollo spinale), dove i sintomi che si manifestano, come per esempio problemi motori o sensoriali, non hanno a che fare con il “pensiero”, con il funzionamento della mente/cervello.

Che differenza c’è tra il neurologo e lo psichiatra?
Lo psichiatra classicamente si occupava di disturbi della “mente” e del comportamento umano per i quali non si era trovata una specifica causa organica macroscopica, documentabile nel cervello, come depressione, ansia o schizofrenia. La neurologia invece si occupa principalmente dei disturbi che hanno un’evidente natura organica come l’ictus, la malattia di Parkinson, la sclerosi multipla, il tumore, cioè malattie di cui si riconosce chiaramente l’origine. Oggi, con l’evolversi delle neuroscienze, della genetica, delle tecniche di neuroimaging molecolare, abbiamo potuto osservare che il confine tra neurologia e psichiatria si sta sfumando. Anche le malattie psichiatriche hanno un’origine “organica”, cioè hanno cause neurobiologiche specifiche nel cervello, ma si manifestano principalmente come problemi dell’umore e dell’affettività più che con problemi cognitivi, quali deficit di memoria o di linguaggio. La sovrapposizione delle due discipline, sia da un punto d vista dei sintomi che delle cause biologiche, diventa evidente per esempio quando pensiamo che una malattia neurodegenerativa come la malattia di Alzheimer spesso causa ansia e depressione nel malato; ma anche se pensiamo alla schizofrenia della quale oggi sappiamo che ha origine genetica e che i sintomi sono causati da un’alterazione chimica nel cervello. In futuro capiremo se questo vale per tutte patologie. In pratica, lo sviluppo delle neuroscienze sta sfumando sempre di più i confini tra queste due discipline. Si tratta di una divisone culturale che deve essere superata a partire dal training degli psichiatri e dei neurologi. A San Francisco, dove lavoro, si parla, infatti, di dipartimento di neuroscienze cliniche e al suo interno sono comprese la neurologia, la psichiatria, la neurochirurgia, la neuro-riabilitazione.

Uno dei concetti fondamentali delle nuove neuroscienze è quello della plasticità, vale a dire che, nel corso del tempo, il cervello è sempre disposto a “modificarsi”. A quali funzioni specifiche ci riferiamo?
Come neurologi comportamentali per funzioni cognitive intendiamo il linguaggio, le emozioni, l’attenzione, la capacità di vedere lo spazio, tutte funzioni che sono sottese da reti neurali diverse e dotate di plasticità, di capacità di riorganizzarsi, di formare nuove connessioni, nuove sinapsi. Quindi è più corretto dire che è il sistema nervoso a essere plastico, non la funzione. Si tratta di una caratteristica neurobiologica del cervello che stiamo solo cominciando a capire. Negli ultimi cinquant’anni abbiamo assistito a una grande rivoluzione di tecniche che ci hanno fatto vedere come, per esempio, la memoria e l’apprendimento sono processi dovuti alla plasticità neuronale, cioè a una riorganizzazione delle sinapsi.

Il cervello è plastico per tutta la vita o ci sono fasi differenti in base alle differenti fasi della vita?
Se prendiamo la definizione di plasticità in modo molto ampio, cioè la capacità del cervello di reagire e cambiare secondo lo stimolo esterno, allora dura tutta la vita perché la riorganizzazione neuronale è continua. Poi ci sono dei processi specifici che accadono esclusivamente, oppure in modo molto significativo, in determinate età. Ci sono periodi critici durante l’infanzia e l’adolescenza che sono il momento in cui le vie neuronali si formano in risposta all’ambiente. Più avanti si possono ri-organizzare ma alcune capacità devono essere acquisite durante l’infanzia.

C’è grande polemica sul fatto che sia possibile la nascita di nuovi neuroni durante la vita adulta. Lei che cosa ne pensa?
C’è, per esempio, un gruppo di ricercatori proprio a San Francisco che studia a livello anatomico i cervelli di feti e neonati: con le tecniche che sono state utilizzate non hanno visto la nascita di nuovi neuroni nell’ippocampo. Altri ricercatori, invece, con tecniche d’indagine diverse, sostengono il contrario. Ma si tratta di metodologie talmente nuove che in realtà è ancora del tutto un discorso aperto.
Certo è che la moltiplicazione e la migrazione dei neuroni nelle diverse aree del cervello sono fenomeni che accadono durante la vita embrionale e massicciamente nel primo mese di vita , mentre nel periodo successivo, se questi fenomeni hanno ancora luogo, accadono certamente in misura molto minore.
Quello che stiamo iniziando a vedere, però, è che quei meccanismi che si producono nel periodo dello sviluppo influenzeranno tutta la vita. Per esempio, traumi psicologico o fisici e la mancanza di educazione formale durante l’infanzia avranno un impatto per tutta la vita, anche durante l’invecchiamento.

Ci sono due concetti comuni in tutte queste fasi e che lei sintetizza in due frasi: What fires together wires together e Use it or lose it. Ce le vuole spiegare?
Le connessioni, la plasticità delle sinapsi e dei meccanismi biologici di comunicazione del cervello dipendono e si creano a seconda dello stimolo esterno (e davanti alla tv gli stimoli esterni sono bassissimi). Mi viene in mente una ragazzina che è stata deprivata del linguaggio fino a 12 o 13 anni, di conseguenza in quel periodo di tempo non si sono create alcune specializzazioni specifiche, alcune connessioni nel sistema del linguaggio, per cui il suo linguaggio non si svilupperà probabilmente mai in maniera adeguata perché il suo cervello si è connesso in un modo diverso da quello di chi è esposto al linguaggio. Alcune delle strutture di base che permangono per tutta la vita si formano durante l’infanzia e l’adolescenza e dipendono dal tipo di stimolazione che c’è stata. Posso fare un altro esempio nel campo della visione: abbiamo tutti in mente la situazione del bambino che non ha l’allineamento corretto degli occhi e a cui bisogna chiudere un occhio per forzarlo a usare l’altro. Se non si interviene, però, entro i sei o sette anni l’occhio non allineato diventerà cieco. Il bambino imparerà a vedere con l’altro occhio proprio grazie al fatto che il cervello si sarà riorganizzato grazie alla sua plasticità e formerà connessioni tra aree del cervello che si attivano allo stesso momento. Questo è il concetto di What fires together wires together e cioè che le connessioni e i circuiti del cervello nelle loro differenti funzioni si sviluppano se la persona è esposta a quegli stimoli necessari a farle sviluppare. Si tratta, in pratica, di una risposta continua stimolo/sviluppo delle funzioni.

Come funziona in un bambino il meccanismo dell’apprendimento?
L’apprendimento dipende in maniera importante dal cosiddetto “sistema di ricompensa”, che è, in pratica, un sistema di condizionamento. Se, a causa di una situazione esterna, il cervello ha un riscontro positivo allora sarà portato, quando si riproporrà la stessa situazione, a rifare la stessa cosa. Un’esperienza negativa accaduta nell’infanzia creerà, al contrario, un tracciato nel cervello che, per rimediare, dovrà essere cambiato attivamente attraverso terapie comportamentali, cioè terapie neurobiologiche, che cambiano le connessioni del cervello. Fino ad oggi si è parlato di inconscio e ci si basava sulla dialettica, ora si è capito che questi meccanismi di premio/punizione creano una plasticità che può essere modificata.

Parliamo della plasticità del cervello a partire dal concepimento. Quanta parte del cervello si sviluppa prima della nascita? E quando il cervello smette di crescere?
Dobbiamo capire cosa intendiamo per crescita: se parliamo di volume, del numero di connessioni, di manipolazione delle sinapsi, allora diciamo in generale che il cervello cresce sempre nel senso che si modella tutta la vita. Se invece parliamo, per esempio, della migrazione neuronale dalla parte centrale del cervello che si sta sviluppando nel feto verso l’esterno della corteccia, allora sappiamo che questo accade in periodi critici, cioè soltanto durante la gestazione e poi nei primi sei/dodici mesi di vita, in modo diverso secondo le diverse aree cerebrali. Il dibattito scientifico è ancora in corso, ma sappiamo che aree diverse si sviluppano in periodi diversi.

Ci sono differenze tra i maschi e le femmine?
Esistono delle differenze evoluzionistiche innate, esclusivamente legate alle differenze relative a riproduzione e maternità. Molte delle differenze che percepiamo penso siano invece dovute al condizionamento al quale sia i maschi che le femmine sono sottoposti fin dai primi giorni di vita da parte della società adulta. Esistono bias inconsci che ci portano a prendere decisioni, o ad assumere comportamenti, che si basano su percezioni errate, su pregiudizi e tradizioni, su ideologie. Così si trattano i maschi e le femmine in modo diverso. L’ambiente nel quale si vive crea il condizionamento positivo o negativo. Al maschio viene data una risposta positiva se è avventuroso o se è coraggioso, se si prende dei rischi e sbaglia; alla femmina se è carina e ha un bel vestitino. Questo accade, anche se per fortuna sempre meno, a partire dalla famiglia e dalla scuola. In questa maniera si creano dei condizionamenti, delle connessioni che produrranno adulti, maschi e femmine, che avranno un modo diverso di relazionarsi, di avere aspettative nel lavoro, nella vita familiare e così via. Dobbiamo stare più attenti a quei meccanismi di ricompensa a valenza positiva o negativa che sono legati al genere e le neuroscienze ci danno dei segnali importanti che possono aiutarci a cambiare, per non cadere nella trappola che ci porta a dare riconoscimenti diversi a seconda del sesso. Si tratta di un tema molto importante, stiamo parlando delle fondamenta della vita sociale e penso dovrebbe esserci un dialogo più aperto con la scienza per migliorare e imparare.

In quale periodo si sviluppa il linguaggio?
Intorno ai due anni circa. Teniamo presente però che il sistema di comprensione del linguaggio si sviluppa prima del linguaggio parlato: il bambino comincia a capire prima di essere in grado di parlare ed è quindi particolarmente frustrato perché vorrebbe esprimere delle cose che non riesce a dire. C’è un “mismatch”, una mancata corrispondenza, tra comprensione e parola, e questo spiega perché quella è l’età dei capricci.

Possono esserci altri mismatch anche in altri momenti dello sviluppo?
Si, prendiamo l’adolescente. È quasi votato al rischio. Perché? Perché i lobi frontali, dove si trovano le aree alla base della pianificazione della valutazione dei rischi, dell’iniziativa e della motivazione, si sviluppano durante l’adolescenza in un processo che dura fino ai vent’anni circa. Nello stesso periodo queste aree si sviluppano anche dal punto di vista della mielinizzazione, un altro processo di plasticità per cui gli assoni dei neuroni vengono avvolti da una guaina che fa sì che gli impulsi nervosi si propaghino più velocemente. I circuiti invece del riconoscimentio delle emozioni sono già sviluppati. C’è quindi un mismatch tra il sistema delle emozioni, sia dal punto di vista anatomico che dei neurotrasmettitori, e il sistema di valutazione della ricompensa, che si sviluppa prima del sistema di controllo, valutazione, pianificazione del rischio e motivazione. Ed è così che si creano degli stati iper-emozionali che sono tipici dell’adolescenza. Un altro esempio tipico di questo periodo è la pigrizia causata dal fatto che il cingolo anteriore, una zona del cervello molto importante per la motivazione intrinseca, non è ancora sviluppato.

Allora cosa dovrebbe fare l’adulto di fronte a un ragazzo pigro?
Non sono una pedagogista però le neuroscienze ci insegnano che la ricompensa positiva funziona meglio di quella negativa, soprattutto se è prevedibile e consistente. Si potrebbe provare a stimolare il loro circuito della motivazione, facendoli innanzitutto impegnare in qualcosa che sia per loro interessante e nel quale abbiano naturali capacità e quindi in cui riescono bene. In questo modo imparano che se si impegnano possono raggiungere dei risultati e si crea un circolo virtuoso per cui saranno poi più disposti a impegnarsi anche in cose che vengono loro più difficili. Se invece punisco l’adolescente pigro creo, come dicevamo prima, un meccanismo di risposta negativo. L’adolescente pigro deve essere stimolato, non punito. Si può anche cercare di creare una motivazione intrinseca legata a qualcosa di gradevole, per esempio giocare a pallacanestro, alla quale associare quello che è meno gradito fare, per esempio studiare. La punizione non aiuta la plasticità. Questo sistema di “guida a fare” si sviluppa durante l’adolescenza. Piuttosto che dare divieti, meglio spiegare e dare esempi di cosa sta succedendo nel cervello, quindi un “contenimento senza umiliazione” dovrebbe essere parte di un nuovo sistema educativo, anche se sembra che non ascoltino mai!

Per un adolescente capire quali possono essere le conseguenze delle proprie azioni non è così ovvio come potrebbe sembrare. Ci vuole spiegare?
Il sistema che chiamiamo esecutivo e che ci serve per associare le azioni alle conseguenze e ci permette di prevedere il futuro, in adolescenza si sta ancora sviluppando, quindi il giovane non riesce a cogliere fino in fondo le conseguenze a lungo termine delle proprie azioni ed è molto più propenso al rischio di quanto non lo sia un adulto. Cerca la ricompensa, l’appagamento immediato e fa invece fatica a capire le implicazioni a lungo termine. Inoltre, il sistema dopaminergico, che restituisce benessere in seguito a certi comportamenti, non è ancora sviluppato ed è per questo che i giovani sono portati a cercare stimoli forti. Così si spiega perché ragazze e ragazzi amano vedere i film dell’orrore o andare veloci in auto: perché provocano emozioni forti. L’abuso di sostanze è un altro esempio, perché anche in questo modo si ottiene una ricompensa immediata. Il problema è che si tratta di un cervello in fase di plasticità fino ai venti, venticinque anni circa, e gli stupefacenti creano alterazioni nella plasticità. Per non spaventare troppo i genitori, dobbiamo tenere presente, però, che chi diventa davvero dipendente è un giovane che ha una predisposizione genetica a diventarlo. Al giorno d’oggi quasi tutti i ragazzi sono esposti alle sostanze o all’alcool, ma quelli che davvero corrono il rischio di dipendenza sono circa il 5 %.

Quali altre funzioni mancano durante l’adolescenza?
Non è che mancano, si stanno sviluppando la capacità di controllare il comportamento emotivo, di spostarsi velocemente da un set cognitivo ad un altro, di pianificazione. La capacità di apprendere invece è molto più sviluppata.

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