Fondazione Zoé
Sono qui per parlare di divulgazione scientifica: lo spunto viene da una sua dichiarazione, in cui sottolineava la necessità di divulgare la scienza raccontandone le sfide, stimolando anche nell’ascoltatore le stesse curiosità che si pongono gli scienziati. «Quando ci poniamo degli interrogativi, tutti noi, non solo i ricercatori, seguiamo un metodo di tipo scientifico: cioè isoliamo i caratteri principali del problema o del fenomeno per cercare di comprenderlo, poi cerchiamo di metterli insieme e di costruire un’ipotesi convincente. Certo, spesso sono proprio le ipotesi a portarci fuori strada, ma anche questo fa parte del gioco.»

Quali caratteristiche dovrebbe avere, secondo lei, un buon divulgatore?
«Il divulgatore dovrebbe sentirsi ignorante, privo di conoscenze, ripetere dentro di sé le domande che si pone il lettore medio e cercare di trovare delle risposte alle domande ingenue. Cos’è la scienza se non una esplorazione del vissuto, la nostra esperienza percettiva nel mondo? La scienza è principalmente un metodo per affrontare quei problemi e quelle domande che sorgono dai fenomeni che quotidianamente investono la nostra percezione. In questo senso, le domande della scienza sono le domande di tutti noi. E la necessità di divulgare nasce proprio dal bisogno di creare un ponte tra le domande dell’uomo e la ricerca scientifica che ne cerca le risposte».

In questo modello il divulgatore e il suo pubblico si pongono allo stesso livello…
“Il segreto di un buon comunicatore è proprio quello di evitare di mettersi in cattedra. Deve essere capace di intuire le domande, le curiosità, le necessità del lettore, ma anche le sue capacità di risposta, e condividere con lui il senso di impotenza che coglie quando ci si trova davanti a problemi che non riusciamo a comprendere fino in fondo. Questo, del resto, è quello che fa anche l’uomo di scienza. La chiave è nell’approccio che ognuno di noi ha con il mondo reale, nel quale dobbiamo trovare gli strumenti e la capacità di coinvolgere gli altri al sapere”.

Eppure raccontare la scienza nel nostro paese non è facile. Lo testimonia anche la scarsità di pubblicazioni divulgative di buon livello. Perché?
«Perché leggiamo poco, e ci nutriamo soprattutto di immagini. La televisione è un mezzo di persuasione occulta che indirizza le opinioni e le idee. In questo scenario i giornali fanno quello che possono, ma possono poco. E’ una situazione drammatica, ma molta gente non lo capisce e vive in uno stato di cecità assoluta».

A proposito di mass media: chi è il giornalista scientifico oggi?
«Il giornalista scientifico è prima scrittore e poi giornalista. Deve avere la capacità di entrare dentro la notizia e farne uscire la vita. Deve essere di grande cultura ma anche di rottura: deve scrivere non per stupire, ma per cogliere lo stupore che è dentro di noi. Lo so, è difficile. Ma è possibile solo se si legge tanto, tantissimo, di ogni cosa: letteratura, poesia, filosofia. E’ solo leggendo che si trovano idee migliori per emozionare il pubblico, coinvolgerlo in ciò che si scrive, nei dubbi, nelle risposte che si cercano. Questo è quello che è successo a me».

Come le è accaduto di diventare giornalista?
«Io devo questo mestiere proprio alle mie prime letture. Il ciclo di astronomia di Maffei in tre volumi, per esempio. Gli scritti del mio primo maestro, il matematico Renato Caccioppoli, che mi consigliò di continuare a fare il giornalista quando per iscrivermi a Fisica ero pronto ad abbandonare la redazione de l’Unità dove lavoravo. Fin da ragazzino ero affascinato dalla fisica. Del resto sono cresciuto all’epoca della bomba atomica, quando questa scienza era considerata la chiave di volta del mondo, un mezzo di una potenza straordinaria, il passe-partout per poter comprendere e risolvere qualunque enigma. Davanti alla fisica ero stupito come un bambino di fronte alla lampada di Aladino. Poi ho scoperto che i fenomeni che osservavo avevano una spiegazione. Così, dallo stupore per la magia sono passato all’interesse per la scienza. Ed è proprio questo stupore uno dei segreti del giornalista. Uno stupore che non è poi molto diverso da quello dello scienziato di fronte alla natura. Saper scrivere significa saper raccontare, stupire e stupirsi, così che chi legge ne derivi un’emozione e condivida le stesse sensazioni di chi scrive».

Qual è il rapporto oggi tra scienza e cultura?
«La scienza è cultura. Ricordo che quando lavoravo a la Repubblica, il direttore Eugenio Scalfari decise di fare un “supplemento scienza” come quello che avevano La Stampa o Il Corriere della Sera. E chiamò me e Piero Angela per avere dei consigli. Io gli dissi che sarebbe stato un errore, un mettersi sulle orme degli altri. Il “supplemento scienza” è proprio quel foglio che il lettore mette da parte senza guardare. La scienza è la cultura di tutti i giorni, non un inserto a parte. Perché oggi più che mai il mondo è modellato dai risultati della ricerca. E con questo nuovo assetto dobbiamo tutti, scienziati e divulgatori, fare i conti”.
 

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