Fondazione Zoé
Il metodo ovviamente non è riconosciuto dalla comunità internazionale di scienziati che studia i terremoti, e nessuno lo considera attendibile. Lo stesso Giuliani d’altra parte aveva rilasciato, nei giorni precedenti il sisma, una serie di dichiarazioni contraddittorie: per il giorno del terremoto nell’Aquilano aveva sì previsto una forte scossa, ma a Sulmona, a decine di chilometri dal capoluogo. Se le autorità avessero dato ascolto a Giuliani, non solo non si sarebbe salvata una vita, ma ci sarebbe stato qualche rischio dovuto al panico generato da una previsione allarmista e infondata.

Il caso dell’OMS ha invece messo in luce una delle difficoltà delle istituzioni scientifiche contemporanee: l’indipendenza. Un’inchiesta inglese, culminata in un articolo del British Medical Journal, ha infatti svelato le fitte commistioni tra il panel di esperti nominati dall’Organizzazione mondiale della Sanità per gestire la crisi dell’influenza suina e le case farmaceutiche che producono i farmaci utili contro questa patologia. È sorto quindi più di un dubbio relativo agli allarmi lanciati dall’ente ginevrino sulla pandemia fine-di-mondo prossima ventura, che ha spinto molti governi ad acquistare scorte di vaccini e antivirali in gran quantità, che oggi giacciono inutilizzati nei magazzini, e probabilmente (speriamo) non saranno mai utili.
È passato poco più di un anno da quando la stessa organizzazione ha dichiarato l’inizio della “pandemia” da A/H1N1, ma in questo anno il conflitto di interessi degli scienziati che hanno lanciato l’allarme non è mai stato reso pubblico, né si sa se fosse già noto a chi ha nominato gli esperti. Inoltre, l’OMS ha mostrato un’enorme mancanza di trasparenza, poiché si è saputo dell’esistenza di un comitato di emergenza che funzionava da organo di consulenza per il direttore generale. Peccato che l’esistenza di questo comitato fosse stata gelosamente nascosta, insieme ai nomi dei sedici componenti.

I due casi – L’Aquila con i sismologi indagati e l’OMS con i conflitti di interessi – evidenziano alcuni aspetti particolarmente importanti della scienza contemporanea. Rispetto alla scienza ideale (esclusa la ricerca al servizio dei militari) che è stata molto raccontata a partire dagli anni Trenta del XX secolo – in cui gli scienziati rispondono a un’etica basata sull’indipendenza, la condivisione e il disinteresse, secondo i principi descritti dal sociologo Robert K. Merton – abbiamo assistito negli ultimi due decenni a transizioni di vasta portata. Lo scienziato non è più chiuso all’interno della sua comunità, e si affaccia in un mondo dove quell’ethos non è più valido. I criteri che guidano il ricercatore sono ora radicalmente diversi, perché risponde a diversi attori in gioco: non più solo ai suoi pari che ne giudicano il lavoro, ma agli investitori che ne hanno finanziato la ricerca, a chi deciderà se rinnovargli il grant l’anno successivo, alla società civile che chiede di assumersi la responsabilità dei risultati, nonché ai tanti che chiedono agli scienziati di servire questa o quella causa. Così attraverso i tribunali – soprattutto nella tradizione giuridica statunitense – o attraverso le leggi, chi fa ricerca si trova a toccare con mano un nuovo rapporto con la società. Sacrosanto, poiché la scienza della società fa parte, ma che richiede una sorta di attenzione particolare.
Il camice bianco dello scienziato investe infatti di una responsabilità pubblica: si diventa un “esperto” degno di essere ascoltato, portatore di una verità inoppugnabile, o, al rovescio, parte di una corporazione da tenere a bada in ogni modo. Ma contrariamente al passato non è più l’unico esperto, l’unica fonte di giudizio attendibile, perché appunto i suoi risultati vengono di volta in volta messi in questione da attori diversi, o rispondono a interessi che non sono semplicemente quelli della ricerca della “verità”.

La palla passa dunque al pubblico, che si trova a dover discernere tra diverse figure e giudicarne l’affidabilità in diversi modi. La tradizione statunitense si è molto affidata alla giustizia: si fa causa ai medici che hanno coperto le multinazionali del tabacco, si ricorre contro la vendita di un certo alimento, si chiede alla corte di ammettere una prova (per esempio, i test al poligrafo o la risonanza magnetica funzionale per scoprire se l’imputato mente) su cui la comunità scientifica non è unanime. In Europa, pur con differenze notevoli, ci si è soprattutto affidati alla legislazione, o comunque la credibilità degli esperti viene in genere garantita dall’istituzione o dalla comunità di cui fa parte.

Ma è proprio questa credibilità che è in crisi, poiché le istituzioni tradizionali vengono percepite (spesso a ragione) come lobby che difendono i propri interessi. Sta progressivamente venendo meno, anche nelle istituzioni pubbliche, una delle funzioni “non accademiche”, cioè quella di preparare esperti capaci di servire la società, sotto forma di consulenze o professioni, in modo indipendente e disinteressato. Il caso dell’OMS lo evidenzia in modo drammatico e soprattutto costoso per tutti i contribuenti. Nel caso dei sismologi, invece, vediamo un magistrato che tenta di dirimere una controversia prettamente scientifica, la prevedibilità dei terremoti, che infatti si dibatte da decenni sulle pagine delle riviste specialistiche.

Rimane quindi sul tavolo la questione degli “esperti”.
Chi ha il diritto di prendere una decisione in nome della collettività? Chi può funzionare da consulente attendibile? Soprattutto quando le questioni in gioco sono così importanti e riguardano non certezze ma rischi e probabilità. È proprio questa una delle importanti sfide per il futuro, sia per chi fa ricerca che per la società che questa scienza finanzia e utilizza: riuscire a elaborare modalità costruttive e fruttuose di gestione dei rischi (che siano nelle previsioni epidemiologiche o nelle tecnologie) evitando la tecnocrazia e l’esclusione dei cittadini.

Strategie di comunicazione e interazione appropriate devono essere immaginate per far sì che le scelte siano fatte democraticamente e con consapevolezza.

Occorre dunque uscire dalla semplice alfabetizzazione scientifica (indispensabile, ma non sufficiente) e riconoscere la necessità di aprire le decisioni a istanze che non siano solo commerciali o decise in consessi ristretti.
Nella società della conoscenza, che su scienza e tecnologia fonda le proprie aspettative, ignorare questa sfida sarebbe probabilmente il definitivo abbandono di un’idea di società plurale e democratica.

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